La bellezza dell'universo

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Vincenzo Monti

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Poemetto Intestazione 19 aprile 2010 100% poemi


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LA BELLEZZA
DELL’UNIVERSO

POEMETTO

di

VINCENZO MONTI


    Del pensiero di Dio candida figlia,
Prima d’Amor germana, e di Natura
3Amabile compagna e maraviglia.
    Madre di dolci affetti, e dolce cura
Dell’uom, che varca pellegrino errante
6Questa valle d’esilio e di sciagura,
    Vuoi tu, diva Bellezza, un risonante
Udir inno di lode, e nel mio petto
9Un raggio tramandar del tuo sembiante?
    Senza la luce tua l’egro intelletto
Langue oscurato, e i miei pensier sen vanno
12Smarriti in faccia al nobile subbietto.
    Ma qual principio al canto, o Dea, daranno
Le Muse? e dove mai degne parole
15Dell’origine tua trovar potranno?

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    Stavasi ancora la terrestre mole
Del Caos sepolta nell’abisso informe,
18E sepolti con lei la Luna e il Sole,
    E tu del sommo Facitor su l’orme
Spaziando, con esso preparavi
21Di questo Mondo l’ordine e le forme.
    V’era l’eterna Sapienza, e i gravi
Suoi pensier ti venìa manifestando
24Stretta in santi d’amor nodi soavi.
    Teco scorrea per l’Infinito; e quando
Dalle cupe del Nulla ombre ritrose
27L’onnipossente creator comando
    Sbucar fe’ tutte le mondane cose,
E al guerreggiar degli elementi infesti
30Silenzio e calma inaspettata impose,
    Tu con essa alla grande opra scendesti,
E con possente man del furibondo
33Caos le tenebre indietro respingesti,
    Chè con muggìto orribile e profondo
Là del Creato su le rive estreme
36S’odon le mura flagellar del Mondo;
    Simili a un mar che per burrasca freme,
E, sdegnando il confine, le bollenti
39Onde solleva, e il lido assorbe e preme.
    Poi ministra di luce e di portenti
Del ciel volando pei deserti campi
42Seminasti di stelle i firmamenti:

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    Tu coronasti di sereni lampi
Al Sol la fronte; e per te avvien che il crine
45Delle comete rubiconde avvampi;
    Che agli occhi di quaggiù, spogliate alfine
Del reo presagio di feral fortuna,
48Invìan fiamme innocenti e porporine.
    Di tante faci alla silente e bruna
Notte trapunse la tua mano il lembo,
51E un don le fèsti della bianca Luna;
    E di rose all’Aurora empiesti il grembo,
Che poi sovra i sopiti egri mortali
54Piovon di perle rugiadose un nembo.
    Quindi alla terra indirizzasti l’ali,
Ed ebber dal poter de’ tuoi splendori
57Vita le cose inanimate e frali.
    Tumide allor di nutritivi umori
Si fecondar le glebe, e si fèr manto
60Di molli erbette e d’olezzanti fiori.
    Allor, degli occhi lusinghiero incanto,
Crebber le chiome ai boschi; e gli arbuscelli
63Grato stillar dalle cortecce il pianto;
    Allor dal monte corsero i ruscelli
Mormorando, e la florida riviera
66Lambir freschi e scherzosi i venticelli.
    Tutta del suo bel manto Primavera
Copria la terra ma la vasta idea
69Del gran Fabbro compita ancor non era.

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     Di sua vaghezza inutile parea
Lagnarsi il suolo; e con più bel desiro
72Sguardo e amor di viventi alme attendea.
    Tu allor dipinta d’un sorriso, in giro
Dei quattro venti su le penne tese
75L’aura mandasti del divin Sopiro.
    La terra in sen l’accolse, e la comprese,
E un dolce movimento, un brividio
78Serpeggiar per le viscere s’intese;
    Onde un fremito diede, e concepio;
E il suol, che tutto già s’ingrossa, e figlia
81La brulicante superficie, aprio.
    Dalle gravide glebe, oh maraviglia!
Fuori allor si lanciò scherzante e presta
84La vaga delle belve ampia famiglia.
    Ecco dal suolo liberar la testa,
Scuoter le giubbe, e tutto uscir d’un salto
87Il biondo imperator della foresta:
    Ecco la tigre, e il leopardo in alto
Spiccarsi fuora della rotta bica,
90E fuggir nelle selve a salto a salto:
    Vedi sotto la zolla, che l’implica,
Divincolarsi il bue, che pigro e lento
93Isviluppa le gran membra a fatica:
    Vedi pien di magnanimo ardimento
Sovra i piedi balzar ritto il destriero,
96E nitrendo sfidar nel corso il vento;

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    Indi il cervo ramoso, ed il leggiero
Daino fugace, e mille altri animanti,
99Qual mansueto, e qual ritroso e fiero.
    Altri per valli e per campagne erranti,
Altri di tane abitator crudeli,
102Altri dell’uomo difensori e amanti.
    E lor di macchia differente i peli
Tu di tua mano dipingesti, o Diva,
105Con quella mano, che dipinse i cieli.
    Poi de’ color più vaghi, onde l’estiva
Stagion delle campagne orna l’aspetto,
108E de’ freschi ruscei smalta la riva,
    L’ale spruzzasti al vagabondo insetto,
E le lubriche anella serpentine
111Del più caduco vermicciuol negletto.
    Nè qui ponesti all’opra tua confine;
Ma vie più innanzi la mirabil traccia
114Stender ti piacque dell’idee divine.
    Cinta adunque di calma e di bonaccia
Delle marine interminabil onde
117Lanciasti un guardo su l’azzurra faccia.
    Penetrò nelle cupe acque profonde
Quel guardo, e con bollor grato Natura
120Intiepidille, e diventar feconde;
    E tosto varj d’indole e figura
Guizzaro i pesci, e fin dall’ime arene
123Tutta increspar la liquida pianura;

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     I delfin snelli colle curve schiene
Uscir danzando; e mezzo il mar copriro
126Col vastissimo ventre orche e balene.
    Fin gli scogli e le sirti allor sentìro
Il vigor di quel guardo e la dolcezza,
129E di coralli e d’erbe si vestìro.
    Ma che? Non son, non sono alma Bellezza,
Il mar, le belve, le campagne, i fonti
132Il sol teatro della tua grandezza.
    Anche sul dorso dei petrosi monti
Talor t’assidi maestosa, e rendi
135Belle dell’alpi le nevose fronti:
    Talor sul giogo abbrustolato ascendi
Del fumante Etna, e nell’orribil veste
138Delle sue fiamme ti ravvolgi e splendi.
    Tu del nero aquilon su le funeste
Ale per l’aria alteramente vieni,
141E passeggi sul dorso alle tempeste:
    Ivi spesso d’orror gli occhi sereni
Ti copri, e mille intorno al capo accenso
144Rugghiano i tuoni, e strisciano i baleni.
    Ma sotto il vel di tenebror sì denso
Non ti scorge del vulgo il debil lume,
147Che si confonde nell’error del senso.
    Sol ti ravvisa di Sofia l’acume,
Che nelle sedi di Natura ascose
150Ardita spinge del pensier le piume:

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    Nel danzar delle stelle armoniose
Ella ti vede, e nell’occulto amore,
153Che informa, e attragge le create cose:
    Te ricerca con occhio indagatore
Di botaniche armato acute lenti
156Nelle fibre or d’un’erba ed or d’un fiore:
    Te dei corpi mirar negli elementi
Sogliono al gorgoglio d’acre vasello
159I Chimici curvati e pazienti:
    Ma più le tracce del divin tuo bello
Discopre la sparuta Anotomia
162Allorchè armata di sottil coltello
    I cadaveri incide, e l’armonia
Delle membra rivela, e il penetrale
165Di nostra vita attentamente spia.
    O uomo, o del divin dito immortale
Ineffabil lavor, forma, e ricetto
168Di spirto e polve moribonda e frale,
    Chi può cantar le tue bellezze? Al petto
Manca la lena, e il verso non ascende,
171Tanto, che arrivi all’alto mio concetto.
    Fronte, che guarda il cielo, e al cielo tende;
Chioma, che sopra gli omeri cadente
174Or bionda, or bruna il capo orna, e difende;
    Occhio, dell’alma interprete eloquente,
Senza cui non avria dardi e faretra
177Amor, nè l’ali, nè la face ardente;

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     Bocca, dond’esce il riso, che penetra
Dentro i cuori, e l’accento si disserra,
180Ch’or severo comanda, or dolce impetra;
    Mano, che tutto sente, e tutto afferra,
E nell’arti incallisce, e ardita e pronta
183Cittadi innalza, e opposti monti atterra;
    Piede, su cui l’uman tronco si ponta,
E parte e riede, e or ratto ed or restio
186Varca pianure, e gioghi aspri sormonta;
    E tutta la persona entro il cuor mio
La maraviglia piove, e mi favella
189Di quell’alto Saper, che la compio.
    Taccion d’amor rapiti intorno ad ella
La terra, il cielo: ed io son io, v’è sculto,
192Delle create cose la più bella.
    Ma qual nuovo d’idee dolce tumulto!
Qual raggio amico delle membra or viene
195A rischiararmi il laberinto occulto?
    Veggo muscoli ed ossa, e nervi e vene,
Veggo il sangue e le fibre, onde s’alterna
198Quel moto, che la vita urta e mantiene;
    Ma nei legami della salma interna,
Ammiranda prigion! cerco, e non veggio
201Lo spirto, che la move e la governa.
    Pur sento io ben che quivi ha stanza e seggio,
E dalla luce di ragion guidato
204In tutte parti il trovo, e lo vagheggio.

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     O spirto, o immago dell’Eterno, e fiato
Di quelle labbra, alla cui voce il seno
207Si squarciò dell’abisso fecondato,
    Dove andar l’innocenza, ed il sereno
Della pura beltà, di cui vestito
210Discendesti nel carcere terreno?
    Ahi, misero! t’han guasto e scolorito
Lascivia, ambizion, ira ed orgoglio,
213Che alla colpa ti fero il turpe invito!
    La tua ragione trabalzar dal soglio,
E lacero, deluso ed abbattuto
216T’abbandonar nell’onta e nel cordoglio,
    Siccome incauto pellegrin caduto
Nella man de’ ladroni, allorchè dorme
219Il mondo stanco e d’ogni luce muto.
    Eppur sul volto le reliquie e l’orme,
Fra il turbo degli affetti e la rapina,
222Serbi pur anco dell’antiche forme:
    Ancor dell’alta origine divina
I sacri segni riconosco; ancora
225Sei bello e grande nella tua rovina.
    Qual ardua antica mole, a cui talora
La folgore del cielo il fianco scuota,
228Od il tempo, che tutto urta e divora,
    Piena di solchi, ma pur salda e immota
Stassi, e d’offese e d’anni carca aspetta
231Un nemico maggior, che la percota.

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     Fra l’eccidio e l’orror della soggetta
Colpevole Natura, ove l’immerse
234Stolta lusinga e una fatal vendetta,
    Più bella intanto la Virtude emerse,
Qual astro, che splendor nell’ombre acquista,
237E in riso i pianti di quaggiù converse.
    Per lei gioconda, e lusinghiera in vista
S’appresenta la morte, e l’amarezza
240D’ogni sventura col suo dolce è mista:
    Lei guarda il Ciel dalla superna altezza
Con amanti pupille; e per lei sola
243S’apparenta dell’uomo alla bassezza.
    Ma dove, o Diva del mio canto, vola
L’audace immaginar? dove il pensiero
246Del tuo Vate guidasti e la parola?
    Torna, amabile Dea, torna al primiero
Cammin terrestro, nè mostrarti schiva
249Di minor vanto, e di minore impero.
    Torna e se cerchi errante e fuggitiva
Devoti per l’Europa animi ligi,
252E tempio degno di sì bella Diva,
    Non t’aggirar del morbido Parigi
Cotanto per le vie, nè su le sponde
255Della Neva, dell’Istro e del Tamigi.
    Volgi il guardo d’Italia alle gioconde
Alme contrade, e per miglior cagione
258Del fiume Tiberin fermati all’onde.

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     Non è straniero il loco, e la magione.
Qui fu dove dal Cigno Venosino
261Vagheggiar ti lasciasti, e da Marone;
    E qui reggesti del Pittor d’Urbino
I sovrani pennelli, e di quel d’Arno
264"Michel più che mortale Angel divino.
    Ferve d’alme sì grandi, e non indarno,
Il genio redivivo. Al suol Romano
267D’Augusto i tempi e di Leon tornarno.
    Vedrai stender giulive a te la mano
Grandezza e Maestà, tue suore antiche,
270Che ti chiaman da lungi in Vaticano.
    T’infioreranno le bell’Arti amiche
La via dovunque volgerai le piante,
273Te propizia invocando alle fatiche:
    Per te all’occhio divien viva e parlante
La tela e il masso; ed il pensiero è in forsi
276Di crederlo insensato o palpitante:
    Per te di marmi i duri alpestri dorsi
Spoglian le balze tiburtine, e il monte,
279Che Circe empieva di leoni e d’orsi;
    Onde poi mani architettrici e pronte
Di moli aggravan la latina arena
282D’eterni fianchi, e di superba fronte:
    Per te risuona la notturna scena
Di possente armonia, che l’alme bea,
285E gli affetti lusinga ed incatena;

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     E questa Selva, che la selva Ascrea
Imita, e suona di Febeo concento,
288Tutta è spirante del tuo nume, o Dea:
    E questi lauri, che tremar fa il vento,
E queste che premiam tenere erbette
291Sono d’un tuo sorriso opra e portento;
    E tue pur son le dolci canzonette,
Che ad Imeneo cantar dianzi s’intese
294L’Arcade schiera su le corde elette.
    Stettero al grato suon l’aure sospese,
E il bel Parrasio a replicar fra nui
297di Luigi, e Costanza il nome apprese.
    Ambo cari a te sono, e ad ambidui
Su l’amabil sembiante un feritore
300Raggio imprimesti de’ begli occhi tui;
    Raggio, che prese poi la via del core,
E di virtù congiunto all’aurea face
303Fe’ nell’alme avvampar quella d’Amore.
    Vien dunque, amica Diva. Il Tempo edace
Fatal nemico, colla man rugosa
306Ti combatte, ti vince, e ti disface.
    Egli il color del giglio e della rosa
Toglie alle gote più ridenti, e stende
309Dappertutto la falce ruinosa.
    Ma se teco virtù s’arma, e discende
Nel cuor dell’uomo ad abitar sicura,
312Passa il veglio rapace, e non t’offende;

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     E solo, allorchè fia che di Natura
Ei franga la catena, e urtate e rotte
315Dell’Universo cadano le mura,
    E spalancando le voraci grotte
L’assorba il Nulla, e tutto lo sommerga
318Nel muto orror della seconda notte.
    Al fracassato Mondo allor le terga
Darai fuggendo, e su l’eterea sede,
321Ove non fia che Tempo ti disperga,
    Stabile fermerai l’eburneo piede.