La bottega del caffè/Atto Secondo/Scena VII
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Carlo Goldoni - La bottega del caffè (1750)
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Ridolfo dalla strada e detti.
- Ridolfo
- (da sè) (Il signor Eugenio scrive d’accordo con m’esser Pandolfo. Vi è qualche novità.)
- Pandolfo
- (da sè vedendo Ridolfo) (Non vorrei che costui mi venisse a interrompere sul più bello.)
- Ridolfo
- Signor Eugenio, servitor suo.
- Eugenio
- (seguitando a scrivere) Oh, vi saluto.
- Ridolfo
- Negozi, negozi, signor Eugenio? negozi?
- Eugenio
- (scrivendo) Un piccolo negozietto.
- Ridolfo
- Posso esser degno di saper qualche cosa?
- Eugenio
- Vedete cosa vuol dire dar la roba a credenza? Non mi posso prevalere del mio, ho bisogno di denari, e conviene ch’io rompa il collo ad altre due pezze di panno.
- Pandolfo
- Non si dice che rompa il collo a due pezze di panno, ma che le vende come si può.
- Ridolfo
- Quanto le danno il braccio?
- Eugenio
- Mi vergogno a dirlo. Otto lire.
- Pandolfo
- Ma i suoi quattrini l’un sopra all’altro.
- Ridolfo
- E vossignoria vuol precipitar la roba così miseramente?
- Eugenio
- Ma se non posso far a meno. Ho bisogno di denari.
- Pandolfo
- Non è anche poco da un’ora all’altra trovar i denari che gli bisognano.
- Ridolfo
- (ad Eugenio) Di quanto avrebbe bisogno?
- Eugenio
- Che? avete da darmene?
- Pandolfo
- (da sè) (Sta a vedere che costui mi rovina il negozio.)
- Ridolfo
- Se bastassero sei o sette zecchini, li troverei.
- Eugenio
- Eh via! Freddure, freddure! Ho bisogno di denari. (scrive)
- Pandolfo
- (da sè) (Manco male!)
- Ridolfo
- Aspetti; quanto importeranno le due pezze di panno a otto lire il braccio?
- Eugenio
- Facciamo il conto. Le pezze tirano sessanta braccia l’una: e due via sessanta, cento e venti. Cento e venti ducati d’argento.
- Pandolfo
- Ma vi è poi la senseria da pagare.
- Ridolfo
- (a Pandolfo) A chi si paga la senseria?
- Pandolfo
- (a Ridolfo) A me, signore, a me.
- Ridolfo
- Benissimo. Cento e venti ducati d’argento, a lire otto l’uno, quanti zecchini fanno?
- Eugenio
- Ogni undici quattro zecchini. Dieci via undici cento e dieci; e undici, cento e vent’uno. Quattro via undici, quarantaquattro. Quarantaquattro zecchini meno un ducato. Quarantatré e quattordici lire, moneta veneziana.
- Pandolfo
- Dica pure quaranta zecchini. I rotti vanno per la senseria.
- Eugenio
- Anche i tre zecchini vanno ne’ rotti?
- Pandolfo
- Certo; ma i denari subito.
- Eugenio
- Via, via, non importa. Ve li dono.
- Ridolfo
- (O che ladro!) Faccia ora il conto, signor Eugenio, quanto importano le
due pezze di panno a tredici lire?
- Eugenio
- Oh, importano molto più.
- Pandolfo
- Ma col respiro; e non può fare i fatti suoi.
- Ridolfo
- Faccia il conto.
- Eugenio
- Ora il farò colla penna. Cento e venti braccia, a lire tredici il braccio. Tre via nulla; e due via tre sei; un via tre; un via nulla; un via due; un via uno. Somma: nulla; sei; due e tre cinque; uno. Mille cinquecento e sessanta lire.
- Ridolfo
- Quanti zecchini fanno?
- Eugenio
- Subito ve lo so dire. (conteggia) Settanta zecchini e venti lire.
- Ridolfo
- Senza la senseria?
- Eugenio
- Senza la senseria.
- Pandolfo
- Ma aspettarli chi sa quanto. Val più una pollastra oggi che un cappone domani.
- Ridolfo
- Ella ha avuto da me: prima trenta zecchini, e poi dieci, che fan quaranta; e dieci degli orecchini che ho ricuperati, che sono cinquanta; dunque ha avuto da me, a quest’ora dieci zecchini di più di quello che gli dà subito, alla mano, un sopra l’altro, questo onoratissimo signor sensale! ;Pandolfo
- (Che tu sia maledetto!) (da sè)
- Eugenio
- E’, vero, avete ragione; ma adesso ho necessità di danari.
- Ridolfo
- Ha necessità di danari? ecco i danari: questi sono venti zecchini e venti lire che formano il resto di settanta zecchini e venti lire, prezzo delle cento e venti braccia di panno, a tredici lire il braccio, senza pagare un soldo di senseria; subito, alla mano, un sopra l’altro, senza ladronerie, senza scrocchi, senza bricconate da truffatori.
- Eugenio
- Quand’è cosi, Ridolfo caro, sempre più vi ringrazio; straccio quest’ordine, (a Pandolfo) e da voi, signor sensale, non mi occorre altro.
- Pandolfo
- (Il diavolo l’ha condotto qui. L’abito è andato in fumo.) Bene, non importa, avrò gettati via i miei passi.
- Eugenio
- Mi dispiace del vostro incomodo.
- Pandolfo
- Almeno da bevere l’acquavite.
- Eugenio
- Aspettate; tenete questo ducato (cava un ducato dalla borsa, che gli ha dato Ridolfo.)
- Pandolfo
- Obbligatissimo. (da sè) (Già vi cascherà un’altra volta.) (ad Eugenio) Mi comanda altro?
- Eugenio
- La grazia vostra.
- Pandolfo
- (Vuole?) (gli fa cenno se vuol giuocare, in maniera che Ridolfo non veda)
- Eugenio
- (di nascosto egli pure a Pandolfo) (Andate, che vengo.)
- Pandolfo
- (Già se gli giuoca prima del desinare.) (va nella sua bottega e poi torna fuori)
- Eugenio
- Come è andata, Ridolfo? Avete veduto il debitore cosi presto? Vi ha dati subito i danari?
- Ridolfo
- Per dirgli la verità, gli avevo in tasca sin dalla prima volta; ma io non glieli voleva dar tutti subito, acciò non gli mandasse a male sì presto.
- Eugenio
- Mi fate torto a dirmi così; non sono già un ragazzo. Basta... dove sono
gli orecchini?
- Ridolfo
- Quel caro, signor Don Marzio, dopo aver avuti i dieci zecchini, ha voluto per forza portar gli orecchini colle sue mani alla signora Vittoria.
- Eugenio
- Avete parlato voi con mia moglie?
- Ridolfo
- Ho parlato certo; sono andato anch’io col signor Don Marzio.
- Eugenio
- Che dice?
- Ridolfo
- Non fa altro che piangere poverina! Fa compassione.
- Eugenio
- Se sapeste come era arrabbiala contro di me! Voleva andar da suo padre, voleva la sua dote, voleva far delle cose grandi.
- Ridolfo
- Come l’ha accomodata?
- Eugenio
- Con quattro carezze.
- Ridolfo
- Si vede che le vuol bene: è assai di buon cuore.
- Eugenio
- Ma quando va in collera, diventa una bestia.
- Ridolfo
- Non bisogna poi maltrattarla. E’ una signora nata bene, allevata bene. M’ha detto, che s’io lo vedo, gli dica che vada a pranzo a buon’ora.
- Eugenio
- Sì sì, ora vado.
- Ridolfo
- Caro signor Eugenio, la prego, badi al sodo, lasci andar il giuoco; non si perda dietro alle donne; giacchè V.S. ha una moglie giovine, bella, e che le vuol bene; che vuol cercare di più?
- Eugenio
- Dite bene, vi ringrazio davvero.
- Pandolfo
- (dalla sua bottega si spurga, acciò Eugenio lo senta e lo guardi. Eugenio si volta. Pandolfo fa cenno che Leandro l’aspetta a giuocare, Eugenio fa cenno che andrà. Pandolfo torna in bottega; Ridolfo non se ne avvede)
- Ridolfo
- Io lo consiglierei andar a casa adesso. Poco manca al mezzogiorno. Vada, consoli la sua cara sposa.
- Eugenio
- Sì, vado, subito. Oggi ci rivedremo.
- Ridolfo
- Dove posso servirla, la mi comandi.
- Eugenio
- Vi sono tanto obbligato. (vorrebbe andare al giuoco ma teme che Ridolfo lo veda)
- Ridolfo
- Comanda niente? Ha bisogno di niente?
- Eugenio
- Niente, niente. A rivedervi.
- Ridolfo
- Le son servitore. (si volta verso la sua bottega)
- Eugenio
- (vedendo che Ridolfo non l’osserva, entra nella bottega del giuoco)