La figlia di Iorio/Atto secondo/Scena seconda
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Gabriele D'Annunzio - La figlia di Iorio (1904)
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Il santo aprirà le braccia sollevando il volto di su i ginocchi.
- MILA
- Cosma, Cosma, che sogni? Di’: che sogni?
(Cosma si sveglierà e si leverà).
- ALIGI
- Che hai veduto? Di’: che hai veduto?
- COSMA
- Spaventi si son vòlti contro a me.
- Io ho veduto... Ma non debbo dire.
- Ogni sogno, che vien da Dio, purgato
- sarà col fuoco prima d’esser detto.
- Io ho veduto, e certo parlerò.
- Ma ch’io non usi indegnamente il Nome
- dell’Iddio mio per giudicare, quando
- la caligine è ancóra sopra a me.
- ALIGI
- O Cosma, tu sei santo. Per molt’anni
- ti sei lavato con acque di neve.
- Con l’acque che traboccano dai monti
- dissetato ti sei davanti al Cielo.
- Oggi dormito hai nella mia caverna,
- sul vello della pecora mondato
- col solfo perché l’Incubo si fugga.
- Nel tuo sonno hai veduto visioni.
- Lo sguardo del Signore è sopra a te.
- Soccorrimi del tuo intendimento.
- Or io ti parlerò, e tu rispondimi.
- COSMA
- Imparata non ho la sapienza,
- giovine, e non ho pur l’intendimento
- che ha il sasso nel cammino del pastore.
- ALIGI
- O Cosma, uomo di Dio, stammi a sentire.
- Io ti priego per l’Angelo che è chiuso
- in quel ceppo e non ha orecchi e ode!
- COSMA
- Parla parole diritte, pastore;
- e la tua confidanza non in me
- poni ma nella santa verità.
(Malde e Anna Onna si desteranno e si leveranno sul cubito ad ascoltare).
- ALIGI
- Cosma, questa è la santa verità.
- Dal piano di Puglia mi tornai a monte
- con la mia mandra il dì del Corpusdomini.
- Com’ebbi preso luogo d’addiacciare,
- scesi alla casa per i miei tre giorni.
- E trovo nella casa la mia madre
- che mi dice: «Figliuolo, voglio darti
- donna». Io le dico: «Madre, guardo sempre
- il tuo comandamento». Ella mi dice:
- «Bene, è questa la tua donna». Si fanno
- le sposalizie. Il parentado viene
- e m’accompagna la sposa alla porta.
- Io era come un uomo all’altra riva
- d’una fiumana, che vede le cose
- di là dall’acqua e tra mezzo passare
- vede l’acqua, che passa eternamente.
- Cosma, fu la domenica. Bevuto
- io non avea papavero nel vino.
- Tuttavia perché mai sì grande sonno
- mi venne sopra il cuore ismemorato?
- Io credo che dormii settecent’anni.
- Il lunedì ci alzammo a ora tarda.
- E la mia madre ruppe il suo panello
- sul capo della vergine che pianse.
- Io non l’avea già tocca. E il parentado
- venne con le canestre del frumento.
- Ma io muto mi stava in gran tristezza
- come fossi nell’ombra della morte.
- Ed ecco d’improvviso entrare quivi
- tutta tremante questa creatura.
- I mietitori la perseguitavano,
- cani!, che la volevano conoscere.
- Ed ella ci pregava la salvezza.
- E niuno di noi, Cosma, si mosse.
- Sola la mia più piccola sorella
- corre e s’ardisce chiudere la porta.
- Ed ecco che la porta da quei cani
- è percossa con ogni vitupèro.
- E s’apre contro questa creatura
- bocca di frode con parole d’odio.
- E il parentado vuol gittarla al branco.
- Ed ella trista presso il focolare
- chiede pietà, che non ne faccian strazio.
- Ma io stesso l’afferro e la trascino,
- per odio e frode: e trascinar mi sembra
- il mio cuore di quando era fanciullo.
- Ed ella grida, ed io sopra di lei
- levo la mazza. E le sorelle piangono.
- Ed ecco, dietro a lei, Cosma, con queste
- pupille vedo l’Angelo che piange!
- Lo vedo, o santo! L’Angelo mi guarda
- e piange, e tace. Io cado ginocchioni.
- Perdóno chiedo. E, per punire questa
- mia mano, prendo di sul focolare
- un tizzo ardente: «No, non ti bruciare!»
- grida la creatura. E poi mi dice.
- O Cosma, o santo, con acque di neve
- tu ti sei battezzato alba per alba;
- e tu, vecchia, conosci tutte l’erbe
- che sànano la carne cristiana,
- sai la virtù di tutte le radici;
- e tu, Malde, con quella tua forcina
- tu saper puoi dove i tesori sien
- nascosti a piè dei morti che son morti
- or è cent’anni, or è mill’anni, è vero?..
- e profonda, profonda è la montagna.
- Or io vi chiederò: Voi che sentite
- venir le cose di tanto lontano
- quella voce di qual mai lontananza
- venne e parlò perché l’udisse Aligi?
- Rispondetemi voi! Ella mi disse:
- «E come pascerai tu la tua mandra
- se la tua mano ti s’inferma, Aligi?»
- E con questa parola ella mi colse
- l’anima mia di dentro le mie ossa
- così, come tu, vecchia, cogli un semplice!
(Mila piangerà silenziosamente).
- ANNA ONNA
- V’è un’erba rossa che si chiama Glaspi
- e un’altra bianca che si chiama Egusa,
- e l’una e l’altra crescono distanti;
- ma le ràdiche loro si ritrovano
- sotto la terra cieca e là s’annodano,
- tanto sottili che neppur le scopre
- Santa Lucia. Diversa hanno la foglia
- ma fan l’istesso fiore, ogni sett’anni.
- E questo è anche scritto nelle carte.
- Cosma sa le potenze del Signore.
- ALIGI
- Ascolta, Cosma. Il sonno d’oblianza
- m’era stato mandato al capezzale,
- da chi? La mano innocente aveva chiuso
- la porta di salute; e m’era apparso
- l’Angelo del consiglio; e una parola
- di labbra s’era fatta pegno eterno.
- Qual era dunque la mia donna, innanzi
- al buon frumento, al pane mondo e al fiore?
- COSMA
- Pastore Aligi, la stadera giusta
- e le giuste bilance son di Dio.
- Tuttavia prendi pure intendimento
- da Colui che t’ha fatta sicurtà;
- prendi pegno da Lui per la straniera.
- Ma quella che non fu tocca, dov’è?
- ALIGI
- Mi partii per lo stazzo dopo vespro,
- la vigilia di San Giovanni. All’alba
- io mi trovai di sopra a Capracinta
- e stetti ad aspettare il sole. E vidi
- dentro dal cerchio sanguinare il capo
- del Decollato. Poi venni allo stazzo,
- ripresi a pasturare e a dolorare.
- E mi parea che mi durasse il sonno
- e la mandra brucasse la mia vita.
- Allora il cuore mio chi lo pesò?
- O Cosma, vidi prima l’ombra e poi
- la sua persona, là, sul limitare.
- Era il giorno di Santo Teobaldo.
- Stava seduta questa creatura
- sopra la pietra; e non poté levarsi
- ché i piedi eran piagati. Disse: «Aligi,
- mi riconosci?» Io dissi: «Tu sei Mila».
- E non parlammo più, ché più non fummo
- due. Né quel giorno ci contaminammo
- né dopo mai. Lo dico in verità.
- COSMA
- Pastore Aligi, tu hai certo accesa
- una làmpana pia nella tua notte
- ma tu l’hai posta in luogo di quel termine
- antico che inalzarono i tuoi padri.
- Tu rimosso hai quel termine sacrato.
- E se questa tua làmpana si spegne?
- Il consiglio nel cuor dell’uomo è un’acqua
- profonda; e l’uomo pio l’attignerà.
- ALIGI
- Io prego Iddio che ponga sopra a noi
- il suggello del sacramento eterno!
- Vedi che faccio? Con l’anima in mano
- lavoro questo legno, a simiglianza
- dell’Angelo apparito. Incominciai
- nel giorno dell’Assunta, pel Rosario
- lo vo’ compire. Or ecco il mio disegno.
- Calerò con la mandra verso Roma;
- e porterò quest’Angelo con meco
- sopra una mula. Andrò dal Santo Padre
- nel nome di San Pietro Celestino
- che sul Morrone fece penitenza,
- me n’andrò dal Pastore dei Pastori
- con questo vóto a chiedere dispensa,
- perché colei che non fu tocca torni
- alla sua madre, sciolta dal legame,
- ed alla mia conduca io la straniera
- che sa piangere senza farsi udire.
- Ora domando al tuo conoscimento,
- Cosma: La grazia mi sarà concessa?
- COSMA
- Tutte le vie dell’uomo sembran dritte
- all’uomo; ma il Signore pesa i cuori.
- Alte mura, alte mura ha la Città,
- e gran porte di ferro, e intorno intorno
- gran sepolture dove cresce l’erba.
- L’agnello tuo non bruchi di quell’erba,
- pastore, Aligi. Interroga la madre...
- UNA VOCE
- (di fuori gridando) Cosma, Cosma! Se sei là dentro, esci!
- COSMA
- Chi m’ha chiamato? Avete udito voce?
- LA VOCE
- Esci, Cosma, pel sangue di Gesù!
- O cristiani, fatevi la croce!
- COSMA
- Eccomi. Chi mi chiama? Chi mi vuole?