La figlia di Iorio/Atto secondo/Scena settima
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Aligi apparirà sul limitare. Scorgendo il padre, perderà ogni colore di vita. Lazaro s’arresterà per volgersi a lui. Il padre e il figlio si guarderanno fisamente.
- LAZARO
- Che c’è egli, Aligi? Che è?
- ALIGI
- Padre, come siete venuto?
- LAZARO
- Succhiato ti fu il sangue, che sei
- sbiancato così? Te ne coli
- come il siero dalla fiscella,
- pecoraio, per lo spavento.
- ALIGI
- Padre, che volete voi fare?
- LAZARO
- Che voglio io fare? Dimanda
- rivolgere a me, non t’è lecito.
- Ma ti dirò che prendere voglio
- la pecora cordesca nel cappio
- e trarla dove più mi talenta.
- Poi giudicherò del pastore.
- ALIGI
- Padre, non farete voi questo.
- LAZARO
- Come ardimento hai di levare
- il viso inverso me? Tu bada
- ch’io non te l’arrossi di sùbito.
- Va e torna allo stazzo, e rimanti
- con la tua mandra dentro la rete
- finché io non venga a cercarti.
- Per la vita tua, obbedisci.
- ALIGI
- Padre, tolga il Signore da me
- ch’io non vi faccia obbedienza.
- E voi giudicare potete
- del figliuol vostro; ma questa
- creatura lasciate in disparte,
- lasciatela piangere sola.
- Non l’offendete. È peccato.
- LAZARO
- Ah mentecatto di Dio!
- Di quale santa tu parli?
- Non vedi (ti cascassero gli occhi)
- non vedi che costei ha di sotto
- le sue pàlpebre, intorno il suo collo
- i sette peccati mortali?
- Certo, se la vedono i tuoi
- montoni, la cozzano. E tu
- hai temenza ch’io non l’offenda!
- io ti dico che la carrareccia
- della strada maestra assai meno
- delle costei vergogne è battuta..
- ALIGI
- Se non mi fosse a Dio peccato,
- se all’uomo non mi fosse misfatto,
- padre, io vi direi che di questo
- per la strozza avete mentito.
(Farà alcuni passi obliqui e si frapporrà fra il padre e la donna, coprendo lei della sua persona).
- LAZARO
- Che dici? Ti si secchi la lingua!
- Mettiti in ginocchio e domanda
- perdóno con la faccia per terra,
- e non t’ardire più di levarti
- innanzi a me, ma carpone
- vattene e statti coi cani.
- ALIGI
- Il Signore sia giudice, padre;
- ma questa creatura alla vostra
- ira non posso lasciare,
- se vivo. Il Signore sia giudice.
- LAZARO
- Io ti son giudice. Chi
- sono io a te, pel tuo sangue?
- ALIGI
- Voi siete il mio padre a me caro.
- LAZARO
- Io sono il tuo padre; e di te
- far posso quel che m’aggrada,
- perché tu mi sei come il bue
- della mia stalla, come il badile
- e la vanga. E s’io pur ti voglia
- passar sopra con l’erpice, il dosso
- diromperti, be’, questo è ben fatto.
- E se mi bisogni al coltello
- un manico ed io me lo faccia
- del tuo stinco, be’, questo è ben fatto;
- perché io son padre e tu figlio,
- intendi? E a me data è su te
- ogni potestà, fin dai tempi
- dei tempi, sopra tutte le leggi.
- E come io fui del mio padre,
- tu sei di me, financo sotterra.
- Intendi? E se del cervello
- questo ti cadde, io tel riduco
- in memoria. Inginòcchiati, e bacia
- la terra, ed esci carpone,
- e va senza volgerti indietro!
- ALIGI
- Passatemi sopra con l’erpice
- ma non toccate la donna.
(Lazaro gli s’accosterà, senza più contenere il furore; e, levando la corda, lo percoterà su la spalla).
- LAZARO
- Giù, giù, cane, mettiti a terra!
(Aligi cadrà su i ginocchi).
- ALIGI
- Ecco, padre mio, m’inginocchio
- dinanzi a voi, bacio la terra.
- E al nome di Dio vivo e vero,
- pel mio primo pianto di quando
- vi nacqui, di quando prendeste
- me non ancóra fasciato
- nelle vostre mani e m’alzaste
- verso il Santo Volto di Cristo,
- io vi prego, vi prego, mio padre:
- Non calpestate così
- il cuore del figlio dolente,
- non gli fate quest’onta! Vi prego:
- Non gli togliete il suo lume,
- non lo date alla branca del falso
- nemico che gira d’intorno!
- Vi prego, per l’Angelo muto
- che vede e che ode nel ceppo!
- LAZARO
- Va, va, esci fuori, esci fuori
- e dopo ti giudicherò.
- Esci fuori, ti dico. Esci fuori.
(Crudelmente egli lo percoterà con la corda. Aligi si solleverà tutto tremante).
- ALIGI
- Il Signore sia giudice, e giudichi
- fra voi e me, e vegga, e mi faccia
- ragione; ma io sopra voi
- non metterò la mia mano.
- LAZARO
- Maledetto! T’appicco il capestro...
(Gli getterà il cappio per prendergli il capo; ma Aligi schiverà la presa afferrando la corda e togliendola al padre con una stratta improvvisa).
- ALIGI
- Cristo Signore, aiutami tu,
- ch’io non gli metta addosso la mano,
- ch’io non faccia questo al mio padre!
(Furente, Lazaro correrà al limitare chiamando).
- LAZARO
- O Ienne, o tu, Femo, venite,
- venite a vedere costui
- quel che fa (lo freddasse una serpe!).
- Portate le corde. Invasato
- è per certo. Minaccia il suo padre!
(Accorreranno due bifolchi membruti, portando le corde).
- Mi s’è ribellato costui!
- Maledetto fu sin nel ventre
- e per tutti i suoi giorni e di là.
- Lo spirito malo gli è entrato.
- Guardatelo, senza più sangue
- la faccia. O Ienne, tu prendilo.
- O Femo, hai la corda, tu legalo.
- Legatelo e gettatelo fuori
- ché io non mi voglio macchiare.
- E correte a chiamare qualcuno
- che l’escongiurazione gli porti.
(I due bifolchi si getteranno su Aligi per sopraffarlo).
- ALIGI
- Fratelli in Dio, non fatemi questo!
- Non ti perdere l’anima tua,
- Ienne. Ti riconosco. Di te
- mi rammento, quand’ero bambino,
- che venni a raccoglier l’olive
- nel tuo campo, Ienne dell’Eta.
- Mi rammento. Non farmi quest’onta,
- non vituperarmi così!
(I bifolchi lo terranno serrato e cercheranno di legarlo, trascinandolo, mentre egli si divincolerà).
- Ah, cane! Di peste perissi!
- No, no, no! Mila, Mila, corri,
- prendimi là un ferro. Mila! Mila!
(Si udrà ancóra la sua voce rauca e disperata, mentre Lazaro chiuderà a Mila lo scampo).
- MILA
- Aligi, Aligi, Dio ti vaglia!
- Dio ti vendichi! Non disperare.
- Forza non ho, forza non hai.
- Ma, finché m’è in bocca il mio fiato,
- sono di te, sono per te!
- Abbi fede. L’aiuto verrà.
- Fa cuore, Aligi. Dio ti vaglia!