La figlia di Iorio/Atto terzo/Scena terza
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Apparirà l’alta statura di Iona con lo stendardo funereo. Dietro di lui verrà il parricida vestito d’un càmice, col capo coperto d’un velo nero, con ambe le mani strette da pesati ritorte di legno. Un uomo gli starà da presso tenendo la mazza pastorale istoriata; un altro avrà la scure; altri porteranno l’Angelo avvolto in un drappo e lo poseranno a terra. La turba si accalcherà nello spazio, tra l’albero e il pagliaio. Le lamentatrici, trascinatesi carponi alla soglia della casa, leveranno il grido verso il morituro.
- IL CORO DELLE LAMENTATRICI
- Figlio Aligi, figlio Aligi,
- che hai fatto? che hai fatto?
- Chi è questo insanguinato?
- chi l’ha corco sopra il sasso?
- È venuta l’ora tua.
- Nero il vino del trapasso!
- Mano mozza, morte infame,
- mano mozza, corda e sacco!
- Ahi, ahi! Figlio di Lazaro, Lazaro
- è morto, ahi ahi, ucciso da te!
- Libera, Domine, animam servi tui.
- IONA DI MIDIA
- Trist’a te, Candia della Leonessa.
- O Vienda di Giave, trist’a te.
- Trist’a voi, figlie del Morto, parenti.
- Il Signore abbia pietà di voi, donne.
- Nelle mani del popolo rimesso
- è Aligi di Lazaro dal Giudice
- del Malificio, perché vendicata
- sia per le nostre mani questa infamia
- caduta sopra a noi, che d’una eguale
- i vecchi nostri non hanno memoria
- e così la memoria se ne perda,
- per la Dio grazia, ne’ figli de’ figli.
- Or t’abbiamo condotto il penitente
- perché da te la tazza del consólo
- riceva, Candia della Leonessa.
- Escito egli è dalle viscere tue.
- T’è conceduto alzargli il velo nero,
- accostargli alla bocca il beveraggio,
- ché molto amara sarà la sua morte.
- Salvum fac populum tuum, Domine.
- Kyrie eleison.
- LA TURBA
- Christe eleison. Kyrie eleison.
(Iona porrà una mano su la spalla di Aligi per sospingerlo. Il penitente velato farà un passo verso la madre; poi cadrà su i ginocchi, di schianto).
- ALIGI
- Laudato Gesù e Maria!
- Ma voi madre chiamare non più
- m’è dato, non più benedire
- m’è dato, ché la bocca è d’inferno,
- quella che da voi succhiò il latte,
- che da voi le sante orazioni
- imparò nel timore di Dio,
- e i comandamenti e la legge.
- Perché tanto male v’ho reso?
- Volontà di dire m’è dentro;
- ma ratterrò la mia bocca.
- O la più sventurata di tutte
- le donne che hanno nutrito
- il suo figlio, che gli hanno cantato
- il sonno nella culla e nel grembo,
- oh no, non alzate il mio velo,
- che non vi comparisca dinanzi
- la faccia del peccato tremendo.
- Non alzate il velo mio nero.
- Io non abbia da voi beveraggio;
- perché poco è quello che soffro,
- poco è quello che debbo patire.
- Ma scacciatemi ora, con legni
- e con pietre, scacciatemi via;
- scacciatemi come il mastino
- che all’agonia sarà mio compagno,
- che mi morderà la mia gola
- quando l’anima mia disperata
- vi chiamerà mamma mamma
- nel sangue del mio moncherino
- maledetto entro il sacco d’infamia.
- LA TURBA
- (sommessamente) - Oh povera, povera! Guarda
- guarda: tutta bianca in due notti!
- - Non piange. Pianger non può.
- - Escita sembra di senno.
- - Non si move. E come la statua
- dell’Addolorata. Oh pietà!
- - Abbine pietà, buono Iddio!
- Santa Vergine, misericordia!
- - Miserere di lei, Iesu Cristo!
- ALIGI
- E voi, creature, non più
- m’è dato chiamare sorelle,
- né più nominare m’è dato
- i nomi che il battesmo v’impose,
- che m’eran le mie foglie di menta
- in bocca, le mie foglie odorose,
- che mi davan freschezza e piacenza
- fino al cuore nel mio pasturare;
- e me li sento qui a sommo
- e poterli dire vorrei,
- e non vorrei sorso d’altro
- consólo pel mio trapassare.
- Ma non più nominarvi m’è dato.
- E s’appassiranno i bei nomi;
- e non li canterà l’amor vostro
- sotto la finestra al sereno;
- ché nessuno vorrà le sorelle
- di Aligi. E ora il miele è veleno!
- Scacciatemi via come cane,
- anche voi scacciatemi via,
- battetemi, scagliatemi sassi.
- Ma, prima di scacciarmi, soffrite
- ch’io vi lasci a voi sconsolate
- le due cose ch’io sole posseggo,
- che questa gente cristiana
- vi porta: la mazza di sànguine
- dov’io feci le tre verginelle
- a simiglianza di voi
- per avervi compagne su l’erba;
- la mazza, e l’Angelo muto
- ch’io lavorai col mio cuore,
- ahimè, dov’è la macchia tremenda.
- E la macchia scomparirà
- un giorno, e l’Angelo muto
- parlerà un giorno. E vedrete
- e udrete. Io patire patire
- voglio per questo, e il patire
- m’è poco al mio pentimento.
- LA TURBA
- - Oh povere, povere! Guarda,
- guarda come sono disfatte!
- Anch’elle non piangono più.
- Non hanno più lacrime. Secche
- sono, bruciate fin dentro.
- - La morte le falcia e le lascia
- per terra, che càmpino ancóra!
- - Le taglia ma non se le porta.
- - Abbine pietà, buono Iddio!
- - Sono creature innocenti.
- - Miserere, Gesù, miserere!
- ALIGI
- E tu, che sei vergine e vedova,
- tu che nell’arche tue del corredo
- portasti vestimenta di lutto,
- pettine di rovi, collana
- di spine, lenzuola tessute
- di triboli, tu che piangesti
- la prima notte e poi sempre,
- tu hai nel Paradiso le nozze
- tue nuove. Gesù ti fa sposa,
- Maria ti consola per sempre.
- LA TURBA
- - Oh povera! Quella non giunge
- a sera; è al suo ultimo fiato.
- È tutta capelli: non ha
- più carne: è tutta in quell’oro.
- - Ma s’è scolorito il suo oro.
- - È come una ròcca di canapa.
- - Come l’erba del Giovedì Santo.
- - O Vienda, vergine e vedova,
- il Paradiso hai per certo.
- - E s’ella non l’ha, chi l’avrà?
- - Nostra Donna, portala in cielo!
- - Mettila tra gli Angeli bianchi!
- - Mettila tra le Màrtiri d’oro!
- IONA DI MIDIA
- Aligi, hai detto il tuo dire.
- Su, lèvati e andiamo ch’è tardi.
- Fra poco il sole si colca.
- E l’avemaria tu non devi
- udire, né vedere la stella.
- O Candia della Leonessa,
- se pietà vuoi avere, se dargli
- vuoi la tazza, non t’indugiare.
- La madre tu sei. T’è concesso.
- LA TURBA
- - Candia, Candia, alzagli il velo!
- - Candia, dàgli la tazza, ch’ei beva!
- - Dàgli il beveraggio, ch’egli abbia
- cuore al supplizio. Su, Candia!
- - Abbi pietà pel tuo figlio!
- - Tu sola puoi. T’è concesso.
- - Miserere di lui! Miserere!
(Ornella presenterà alla madre la ciotola del vino misturato. Favetta e Splendore inciteranno la misera sospingendola. Aligi si trascinerà su i ginocchi verso la porta della casa, e alzerà la voce invocando il defunto).
- ALIGI
- Padre, padre, padre mio Lazaro
- odimi. Tu il fiume passasti
- con la bara, ed era pesante
- più d’un carro di buoi la tua bara,
- e fu gettata la pietra
- nella corrente, e passasti.
- Padre, padre, padre mio Lazaro,
- odimi. Ora io me ne vado
- al fiume e non passo. Io vado
- a cercar quella pietra nel fondo
- e dopo io ti vengo a trovare;
- e tu mi vieni sopra con l’erpice,
- per l’eternità mi dirompi,
- per l’eternità mi dilàceri.
- Padre mio, fra poco son teco.
(La madre camminerà verso di lui, nell’orrore. Si chinerà, solleverà il velo, con la sinistra mano premerà al seno la guancia del figlio, con la destra prenderà la tazza recatale da Ornella, l’accosterà alle labbra del morituro. Si udrà un vocìo confuso della gente più discosta, giù pel sentiere).
- IONA DI MIDIA
- Suscipe, Domine, servum tuum.
- Kyrie eleison.
- LA TURBA
- Christe eleison. Kyrie eleison.
- Miserere, Deus, miserere.
- - Vedete, vedete che viso!
- - Questo in terra si vede, Gesù!
- - O Passione di Cristo!
- - E chi è che grida? perché?
- - Silenzio! Silenzio! Chi chiama?
- - La figlia di Iorio! La figlia
- di Iorio! Mila di Codra!
- - Buono Iddio, miracolo fai!
- - È la figlia di Iorio, che viene.
- - Risuscitata l’hai, buono Iddio?
- - Largo! Largo! Lasciate passare!
- - Maledetta cagna, sei viva?
- - Ah strega d’inferno, sei tu?
- - Magalda! Bagascia! Carogna!
- - Fate luogo! Lasciatela! Passa,
- passa, femmina. Su, fate luogo!
- - Lasciatela, al nome di Dio!