La liberazione della donna/VII

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VII. Discorso al Congresso internazionale per il diritto delle donne a Parigi

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VII. Discorso al Congresso internazionale per il diritto delle donne a Parigi[1]
VI VIII


Nel 1878 si aprí a Parigi il primo Congresso internazionale per i diritti delle donne (soltanto dieci anni dopo, avrà luogo un congresso analogo a Washington, dal quale prenderanno inizio gli incontri internazionali quinquennali femministi e suffragisti). La Mozzoni, candidata del giornale «La donna», fu eletta dalle società operaie femminili di orientamento democratico come loro rappresentante. Francesco De Sanctis, allora ministro dell’Istruzione, la delegò come osservatrice del governo italiano con l’incarico di riferire sulle soluzioni prospettate per l’istruzione femminile. Dato che era l’unica rappresentante ufficiale di un governo, a Parigi toccò a lei inaugurare il Congresso. Il discorso inaugurale ha carattere di circostanza, per quanto non manchi un accenno ai gruppi reazionari italiani, contro i quali essa sottolinea il valore dell’ancien cosmopolitisme che avvicina i popoli dans un élan fraternel et dans l’ampleur et l’indépendence de l’esprit. L’intervento successivo della Mozzoni al Congresso, che si riporta, è riprodotto sulla stampa femminista e democratica, francese e italiana.


Signore e Signori,

Un Congresso internazionale, che si raccoglie per istudiare le condizioni della donna e proporne una riforma radicale la quale s’inspiri dal suo sollevamento morale e benessere materiale, incontra delle difficoltà molto maggiori di quelle, che sono proprie ad ogni specie di studio sociale collettivo, ad ogni tentativo di riforma di un ordine stabilito.

Epperò parrà a me assai ben fatto se ciascun membro di questo Congresso vorrà penetrarsi della natura e numero di queste difficoltà per sapere evitare gli scogli. Contenere, cioè, le sue idee e le sue parole in modo da non offrire nessun addentellato a’ molti elementi ostili alla causa, che noi vogliamo sostenere. Ma oltre alle difficoltà, che la quistione, straordinariamente complicata, presenta in sé stessa, si deve antivedere e mettersi in guardia, contro tutti i malintesi, gli eccessi, le tendenze all’amplificazione, all’esagerazione: contro tutte le precipitazioni, segnatamente, che alcuni individui convinti, ma poco pratici, accumulano su’ proprii passi, senza accorgersi che per voler correre, essi s’impediscono di camminare. Vogliano queste anime persuase accettare un consiglio dall’esperienza del mio lungo apostolato. Quando noi avremo molto studiato, molto scritto, e molto picchiato, nulla potremo dire d’aver fatto ancora, nulla davvero, se non avremo saputo persuadere. Ché per quanto convinti possiamo essere, non saremo già noi che compiremo la riforma, bensí l’opinione pubblica. È d’uopo quindi che ci mettiamo all’opera non prendendo di fronte l’opinione de’ nostri tempi, ma, accettandola qual è, e al punto in cui si trova, noi dobbiamo condurla col mezzo della ragione e della forza de’ principii, ch’essa ha già fatto suoi, a quel punto, ch’è il nostro obbiettivo, e che noi intendiamo ch’essa raggiunga.

Non ci mettiamo con troppo zelo al nostro lavoro, è questo il fondo del mio pensiero.

Dopo gli amici vengono gli avversarii. Prima, le autorità armate de’ loro dommi, e i giuristi con una tintura del Digesto e un po’ rifatti a nuovo dal Codice Napoleonico; poi, gl’individui abituati a vedere il mondo tale qual è, e gli eredi di Crysale, e gl’infaticabili vantatori del buon tempo antico, e, infine, i formalisti; amanti soprattutto della disciplina, i filosofi della decadenza, negatori e pirronisti per eccellenza; gli oppositori sistematici, i quali fanno parte di tutte le riunioni, scrivono in tutti i giornali, s’intromettono in tutte le discussioni e rispondono invariabilmente, qualunque sia il principio di cui si tratta, ch’esso manca d’opportunità. Però io discerno tra questi, e ne rendo grazie a Dio, un piccolo gruppo di avversarii serii e leali, la cui opposizione grave e riflessiva, è cosí vantaggiosa alle quistioni, che serve a chiarirle quanto lo studio simpatico degli amici. Ma questo gruppo, è circondato da una folla d’individui leggieri e motteggiatori, la cui presenza e il chiasso che fanno, ben ci offrono la misura della decadenza del pensiero umano, degli studii serii e del carattere. E il genere di opposizione ch’essi ci fanno, vuota e negativa, altro non è se non la pedanteria dell’ignoranza, mascherata da bello spirito. È una opposizione che non ha influenza se non sui caratteri deboli e sulle deboli intelligenze; ma nessuna ne può avere sui membri di questo Congresso, la cui adesione aperta alla causa della donna, ha già provato la loro indipendenza e il loro buon senso superiore.

Noi tutti sappiamo che si rideva molto in Grecia, dopo che non vi furono piú né eroi, né filosofi. Quando il genio è sparito, la mediocrità esce dal suo pertugio, perché crede giunto il suo tempo. La sua missione è il demolire, il disseccare, il polverizzare, se le si pone mente; ma se non le si fa attenzione, essa si dibatte nella sua impotenza e muore della sua nullità.

Epperò, mentre ci dichiariamo pronti ad accettare la discussione con l’opposizione seria e ragionevole, dichiariamo ancora che noi ci condurremo co’ belli spiriti e la mediocrità, come se non esistessero.

Signore e Signori, ora vi dirò dei lavori del Congresso.

Lo spirito umano cerca sempre il nuovo e, nondimeno, nulla v’ha che piú gli spiaccia, che gl’inspiri maggior diffidenza, e lo spaventi delle cose nuove. Sarà ufficio della Sezione di Storia il combattere tale istintiva opposizione degli individui, non ancora informati sulle cause, sull’origine e sulle peripezie della quistione che ci occupa. Essa ci farà conoscere gli sforzi antichi, ripetuti, assidui, delle donne, che lottarono contro le istituzioni, che le degradano e le opprimono, e mediante il suo lavoro noi verremo a conoscere che la causa della donna non è certamente una causa morta, come lo si pretenderebbe ogni volta che se ne fa quistione, ma che, piuttosto, ella rinasce tutte le volte che la si è creduta decapitata e seppellita.

Una Sezione di Pedagogia esaminerà i programmi di quegl’istituti educativi ne’ quali si collocano le nostre fanciulle, perché quivi coltivino l’intelligenza e formino il carattere. E forse ne’ sistemi in vigore in certe scuole, collegii e conventi, troppo invero discordi dal livello generale della coltura della nostra società, come nelle idee autoritarie e dommatiche di cui ancora si nutre la giovinetta, avverrà che si riscontrino le cause deleterie di quella lassitudine dell’animo, di quella sterilità dello spirito, che son reputati essere comunemente il fondo del suo carattere.

Una Sezione di Economia esaminerà e ci farà conoscere le condizioni materiali della donna operaia. Gl’innumerevoli sofismi dai quali si trova avviluppata la società (tiranneggiata piú o meno ragionevolmente dalla politica), e che hanno un’influenza dissolvitrice sulla famiglia, costringono la donna dei varii strati sociali a provvedere, col suo lavoro, alla propria sussistenza. Anche i governi che meno si curano de’ cosí detti piccoli interessi, che sono meno sospetti di liberalismo, come pure quelli che piú si trovano assorbiti dalla politica, han dovuto aprire alla donna non pochi impieghi e facilitare l’accesso ad industrie e a professioni, che si stimavano contrarie, in passato, al suo carattere e alla sua posizione sociale. Ma la donna è forse dappertutto dove si può trovare un guadagno onesto? E il suo guadagno è sufficiente a’ suoi bisogni? E il suo lavoro è pagato come merita? è apprezzato? o non è deprezzato in confronto di quello dell’uomo? e perché? e come rimediarvi? I membri della Sezione d’Economia vorranno e sapranno rispondere a tutti questi quesiti.

Una Sezione di Morale è incaricata di studiare sull’istituzione della Polizia de’ costumi e sulle sorgenti, le conseguenze e i rimedii della prostituzione, ché il Regolamento pretende contenere, regolandola, e dandole una forma ufficiale.

Una Sezione di Legislazione si occuperà a mettere d’accordo le condizioni giuridiche delle donne con i principii accettati del diritto moderno e che sono già applicati per i cittadini dell’altro sesso.

Le quistioni che saranno soggetto di studio del Congresso, sono importanti, perché molto complesse, ed esigono il concorso attivo e zelante di tutte le persone piú competenti nelle diverse materie, le quali certo non vorranno mancarci.

Ma perché il lavoro del Congresso sia pratico e trovi un’eco nell’opinione pubblica, perché esso abbia specialmente il diritto di riflettersi ne’ consigli delle sfere legislative, bisogna che noi sappiamo contenerlo nei limiti di quanto si può tradurre in atto fin da oggi, nella misura di ciò ch’è reclamato fin dal presente dal giudizio maturo de’ popoli piú avanzati nella vita civile.

Se le discussioni non verteranno su molteplici e svariati oggetti, se le menti non si perderanno in aspirazioni sterili e senza uno scopo determinato e preciso, se si eviteranno gli straripamenti della rettorica, impotente a persuadere, se sapremo tenerci lontani dalle idee secondarie per rimanere attaccati alle fondamentali; se il nostro punto di partenza sarà netto, razionale, se sapremo fortificarci in una posizione insuperabile per la logica delle nostre argomentazioni, le deliberazioni del Congresso lasceranno delle traccie indelebili negli animi e prepareranno la via a’ beneficii dell’avvenire. E tanto piú ciò è necessario, ché agli avversari non mancano, per nostra mala ventura, certe situazioni poderose nei differenti punti di vista sotto i quali essi considerano la causa della donna.

La Sezione di Pedagogia dovrà proporre un sistema di educazione per la donna che la ponga in condizione di raggiungere il doppio scopo della vita nel suo perfezionamento morale e benessere materiale. I governi europei, come l’ho già ricordato, hanno in oggi ammesso la donna a differenti impieghi e professioni. Ma se la sua intelligenza non viene coltivata con istudii preparatorii, come potrà ella aspirare a quegli impieghi e professioni e fortificare il suo carattere per le relazioni multiple e varie della vita sociale?

La Sezione di Morale ha davanti a sé il dovere assai grave di esaminare i regolamenti della Polizia de’ costumi, di quella mostruosità, che io chiamerei volontieri il delirio della nostra civiltà, e quel punto estremo in cui la barbarie primitiva, la quale misconosce il diritto naturale, si collega con una civiltà sconvolta e malata.

La Sezione di Morale si unirà con quella di Legislazione, e unite, saranno inesorabili contro questa vergogna dell’umanità.

Contrario al diritto civile, al diritto giudiziario, al diritto naturale, al diritto statutario, il Regolamento non può essere accettato, che da quelle nazioni le quali ammettono il dispotismo nella forma politica, l’arbitrio nell’amministrazione della giustizia, la violenza nelle leggi.

Una nazione che tollera una tale istituzione può tutto tollerare: il sentimento della libertà e il senso giuridico le mancano interamente.

Il Codice Civile mantiene le cittadine nella minorità, nella servitú e nella schiavitù. Per suo conto la donna non si possiede, né può disporre, come proprietaria, dei suoi beni; non è padrona de’ suoi figli, è incatenata a un’ubbidienza intera, che non ha misura, né limiti; a un’ubbidienza, che non è ammissibile se non in un codice, il quale apertamente sancisca la schiavitù.

I membri del Congresso non oblieranno che di questa parte del Codice Civile, che riguarda la donna, degnò occuparsi il piú gran despota che i tempi moderni abbiano subíto. Figlio della rivoluzione, questo despota insigne, soffoca la propria madre; soldato, egli intende ordinare la famiglia come avrebbe potuto fare di un battaglione; marito, sagrifica la moglie, intelligente e amante, alla ragione di Stato, o, in termini meno convenzionali, ma piú veri, al suo interesse individuale. Qual uomo poteva essere meno atto o competente, per il carattere essenzialmente militare del suo genio, e la rigidità spiccata della sua anima, a dar norma alla famiglia, che la natura circonda e mantiene nella dolce atmosfera del sentimento?

Cosí il Codice Napoleonico ha aiutato la reazione, insinuando il principio del dispotismo e persuadendo gli animi ad accettarlo come un fatto il quale, perché sancito dalle leggi, ha ragione d’essere. Allevati da madri schiave, i francesi hanno steso le mani alle catene politiche e il paese dove i diritti dell’uomo furono dichiarati per la prima volta in faccia al mondo, colpito da stupore e da ammirazione, vide spuntare dal suo seno nel Regolamento della Polizia de’ costumi, la reazione più completa all’opera filosofica della rivoluzione.

Cittadini! Non dite no: Che c’importa delle donne? perché un qualche giorno un’oligarchia potente dirà: Che c’importa del popolo? E l’armata ancora: La borghesia? A che cosa ci serve? E il clero: Che c’importa della Francia? E sulla divisione degli interessi e l’anarchia de’ sentimenti, si assiderà padrone e vincitore di tutti gli egoismi, l’egoismo d’un uomo. La forza e il successo sfrutteranno tutta una nazione a profitto d’un despota e di una dozzina di complici. - Non credete ciò possibile? Non si tratta che di affermare una dottrina; la sua applicazione non ne è che una conseguenza.

Teniamoci in guardia perché la libertà come l’antica capitale di Laconia, non ha né mare, né bastioni, che la proteggano; essa non può fortificarsi che ne’ cuori dei cittadini.

La logica del male è fatale quanto quella del bene. Dalla breccia per cui è passato un despota ben altri ne possono passare.

Aggiungo che assai mi preme che i democratici qui convenuti, sieno avvertiti e persuasi, che a questo Congresso internazionale per i diritti della donna, il problema che ci occuperà non è speciale e senza interesse pubblico. Anzi trattasi di combattere il principio della tirannide e del dommatismo ne’ suoi ultimi trinceramenti, là dove il diritto della forza, il piú antico e piú indegno fra’ dispotismi, l’ha trincerato come al suo quartier generale. - La piú libera delle repubbliche mantiene nell’ordinamento civile della famiglia il tipo del più duro dispotismo. Cosí nessun paese può pretendere d’essere al coperto dalle reazioni, e la Svizzera ce l’ha provato ancora una volta ed in modo meraviglioso, alcuni mesi or sono nelle ultime sue elezioni.

Non posso chiudere il mio discorso senza fare una dichiarazione. Quando l’idea di questo Congresso non era che un semplice progetto, la causa della donna e della libertà trovò l’adesione calda e simpatica di molti uomini illustri, i quali, qui convenendo, avrebbero dato alle nostre deliberazioni il valore d’una autorità indiscutibile. Ma per ragioni, che non possiamo apprezzare, gli elementi piú possenti ci mancano e l’esito della campagna è affidato al suo valore de’ semplici soldati.

Ebbene, io lo dichiaro altamente per mia parte e in nome di trecento Gedeoni. Camminando soli verso l’avvenire il cuore non ci manca. Noi non conosciamo la strada che ci ricondurrà alle nostre case prima della battaglia. Ma ci accontenteremo di curvarci per raccogliere l’acqua alla sua sorgente nel cavo delle nostre mani.

Cammineremo con precauzione, vigileremo gelosamente su noi stessi, perché non è certo la nostra individuale soddisfazione e gloria che cerchiamo: noi vogliamo atterrare le mura di Gerico.

Note

  1. Congresso internazionale per il diritto delle donne a Parigi - Discorso pronunciato da Anna Maria Mozzoni il giorno dell'inaugurazione, 25 luglio 1878, in «Il dovere», 6 settembre 1878.