Lettera ai Signori Corbellini, De Welz, A. G. e Compagni

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Carlo Cattaneo

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ai Signori Corbellini, De Welz, A. G. e Compagni
intorno alle Ricerche sul Monte-Sete. Intestazione 25 agosto 2012 100% Lettere

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Lettera
ai Signori Corbellini, De Welz, A. G. e Compagni
intorno alle Ricerche sul Monte-Sete.
1838
[p. 1]

PROGRESSO DELL’INDUSTRIA

E

DELLE UTILI COGNIZIONI

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Fascicolo di Gennajo 1838.

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Notizie Italiane

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Lettera

ai Signori Corbellini, De Welz, A.G. e Compagni

intorno alle Ricerche sul Monte-Sete



Le osservazioni che voi, stimabili Signori, fate piovere d’ogni parte addosso a quelle povere mie Ricerche e in Italia e in Francia e in Isvizzera, mi hanno invogliato primamente di farvi una preghiera; ed è che abbiate la bontà di leggere quelle poche pagine un’altra volta, e notarvi tutto ciò che tra la furia e la fatica d’una prima lettura sembra esservi “prodigiosamente” sfuggito.

L’intento mio non fu di farmi interprete dell’opinione publica, ma (se lo volete) piuttosto in certa maniera censore; giacché assunsi ad esaminare i Capitoli Fondamentali del Monte per chiarirmi se la maggioranza dei nostri Commercianti nel disapprovarli e deriderli apertamente, come faceva, avesse torto o ragione, fosse spinta da freddo giudizio o da malinteso interesse.

[p. 2] Dall’esame rimasi convinto che se si stava a quei Capitoli, la base delle operazioni era incerta e ristretta, e l’interesse degli azionisti non era ben tutelato. Proposi che con una Inchiesta Commerciale, come altrove è costume, si cercasse di afferrare tutto il secreto della disapprovazione mercantile per mettervi riparo in tempo.

Anche limitata a questo la mia fatica poteva riuscire utile al Monte-Sete. Ma perchè l’aderire a chi ne condannava l’ordinamento, poteva sembrar segno di privata ostilità, della quale non aveva ragione alcuna: così qua e là, benchè fuori dell’assunto mio, sparsi varj consigli ad ampliazione appunto e ad emenda di qualche parte dei Capitoli Fondamentali; chè del resto tracciarne una piena Riforma era troppo arduo cimento. Registro qui appiedi i principali tra quei consigli, perchè abbiate a convenire con me che avete torto di non avermene tenuto buon conto. Eccoli adunque:

1. Redimere coi frutti posti in riserva le azioni del Monte stesso (V. § 26 delle Ricerche).

2. Anteporre lo sconto all’impego in carte publiche (§ 26).

3. Sistemare le vendite in modo di non soppiantare i negozianti (28).

4. Astenersi affatto dal fare qualsiasi spedizione (29).

5. Moderar la proposta tassa del 2 per 100 sulle vendite (29).

6. Appoggiare progressivamente sulle riserve giacenti una parte dell’assicurazione contro gli incendj ed altri rischi (31).

7. Rendere nominali le azioni anonime sì per viste amministrative che per tenere lontano le falsificazioni (33).

8. Portare ad un interesse maggiore del 4 le sovvenzioni e gli sconti (42).

9.Riconciliarsi i banchieri, arbitri del corso delle cedole (42, 43, 50).

10. Aggregare al Monte Sete la stagionatura, anche per coprire colla varietà dei movimenti il pegno (43).

11. Studiare di conformarsi in varj punti alla Cassa [p. 3]Lafitte massime col determinare nelle azioni di riserva piuttosto il sovventore che l’assicuratore (18, 47).

12. Aprire Conti Correnti all’uso dei Banchi Scozzesi (47).

13. Prendere in pegno i fondi pubblici piuttosto che comperarli (26).

14. Non far vendite se non rigorosamente pubbliche (28).

15. Non distribuire frutti fittizj, aprendo sul bel principio un deficit (30).

16. Aumentare la proporzione delle riserve e renderle più certe (18, 19, 20, 30).

17. Estendere la rappresentanza legale a tutte le classi degli azionisti (34, 36).

18. Tenere meno secreti d’officio che sia possibile (35).

19) Sopprimere l’ingiusto divario nella scadenza degli interessi, che produce il danno dell’1 per 100 alle azioni minori (37).

20. Rendere più frequente l’elezione dei gerenti (38).

21. Concedere la rielezione indefinita agli amministratori (38).

22, Non concederla ai vigilanti (38).

23. Condizionare l’aumento del fondo sociale al caso di decisa prosperità (39).

24. Evitare la duplicazione del primitivo impianto (39).

25. Procurarsi ulteriori capitali a mero interesse senza diritto a dividendo (39, 44).

26. Limitare severamente le operazioni allo Statuto, esclusa ogni interpretazione estensiva (40).

27. Far provvidenze perché al Monte non si accumulino i soli scarti (41).

28. Non mirare ad operazioni venturose e gigantesche; massime alla traslocazione dell’emporio (41, 49).

29). Cangiare la conformazione dei boni di cassa (41).

30. Non aggravare cogli accessorj l’interesse apparente (42).

31. Applicare al Monte gli esperimenti fatti alla Cassa di Risparmio (42).

32. Dare ad ipoteca nelle provincie men denarose (44).

[p. 4] 33. Non contar troppo sulla immediata e continua riuscita delle cedole (45 e passim).

34. Stabilire un banco giro (46, 47)

35. Far diligenze per richiamare se è possibile i primitivi soscrittori (50).

36. Differire la chiamata del denaro sino al ritorno del publico favore per non minare i compratori delle azioni (50).

37. Rifare tutto l’impianto sui dati offerti da un’Inchiesta Commerciale (40, 50).

Compiacetevi, miei Signori, a notare che questi 37 consigli vennero da me dati per incidenza e non per diretto proposito. E poi aggiungete che parecchi di essi ebbero l’onore di incontrare l’aggradimento d’uno di voi, il sig. Corbellini. E per mostrarvi quanto io lo pregi, citerò le sue stesse parole.

1. «La parte dei dividendi che col tempo venisse ad aumentare le riserve sarà convertita ad ammortizzare le azioni del Monte stesso (p. 41 della Risposta ).

2. «Vuolsi ammettere del pari la proposizione di anteporre come operazione di ripiego, le operazioni di sconto all’impiego in fondi pubblici» (p. 40).

3. «Nel Regolamento Interno d’Officio si sono tracciate le norme per le vendite; in esso fu provveduto ai principali ostacoli elevati nell’opuscolo del sig. Cattaneo!» (p. 42).

4- «Forse il Monte non farà spedizioni per vendere all’estero, facendosi carico dei pericoli dedotti dal sig. Cattaneo!» (p. 43).

5. «Si attuti l’animo di chi teme che il Monte sia ingordo del due per cento sulle vendite. Le sue esigenze si avvicinano piuttosto alla supposizione del sig. Cattaneo!» (p. 42}.

6. «Certo che in un incendio ecc. ecc. la saggezza dell’amministrazione adotterà quei provvedimenti che meglio si combinino coi debiti risparmj» (p. 44).

7. «Le azioni anonime ecc. ecc. quanto alle falsificazioni è questo un pericolo che il Monte deve tener lontano» (p 47).

[p. 5] 8. «È in facoltà del Monte il portar le sovvenzioni al 5 e gli sconti al 6» (p. 11).

9. «Il Monte-Sete e i Banchieri si dessero scambievolmente la mano ecc. ». « Riducete le vostre declamazioni a questo consiglio» (p. 40).

10. «E benissimo anche la Stagionatura pubblica è a supporsi che produca un andirivieni di convogli fra i quali mal distinguerebbonsi quelli destinati alle sovvenzioni» (p. 56).

NB. Che nei Capitoli Fondamentali non si parla di Stagionatura.

11. «In varj luoghi il Monte s’accorda coll'ordinamento della Banca Lafitte».

N.B. Questo accordo poi non v’è: ma intanto il consiglio è accettato per buono.

12. «L’Ordinamento Interno d’Officio dà poi luogo ad aprire Conti Correnti».

NB. E nemmeno di questi si parla nei Capitoli Fondamentali.

Ecco adunque 12 punti, sui quali, voi sig. Corbellini, mi fate la grazia d’essere in accordo con me, e in disaccordo col Monte. Voi siete l’amico del Monte-Sete. Dunque fin qui lo sono anch’io. Gli altri 25 punti sui quali mi lasciate solo, sono a un dipresso della stessa tendenza. Dunque consigli d’amico essi pure. Come va dunque che voi stampate ch’io sono il nemico del Monte? E aggiungete che non ho «il senso comune e sono l’uccello del cattivo augurio, colla fantasia offuscata di nuvole, in mezzo ai tremiti e all’ansio terrore del sucido avaro, e sono simile all’Arpagone di Molière; e sono cinico, e sono sofistico, e tiro giù gli strafalcioni più assurdi?». Come mai le cose che in bocca mia sono strafalcioni, in bocca vostra diventano delle migliori che abbiate a dire, tantochè le stampate? Come avete potuto immaginarvi ch’io scrivo miracolosamente «colla lucerna chiusa, e sono scavalcato ad un tratto e convertito come Saulo»? E poi dite che «per carità dovrei avere migliore opinione della razza umana; poichè lo straniero d’Oltr’alpe [p. 6]condannerà l’intera nazione per l’anomalia d’un solo individuo». Capperi! un’intera nazione condannata pel mio peccato! M’avete voi preso per una specie di nuovo padre Adamo? E mi credete proprio davvero un vecchio rantoloso? giacché dite che «in un eccesso di rantolo ho voluto gettare una satira goffamente seria sugli ordini principali del consorzio; ed ho parlato con uno stile seducente ed un linguaggio eteroclito

Avete reso un bel servigio al Monte-Sete riversando nella discussione tutta questa sucida broda! Chi può meravigliarsi che dopo la vostra sgarbata difesa le azioni del Monte Sete siano calate sino all’ultimo scalino e le ipotecarie sieno cadute a una misera frazione per 100? Avete reso vano il riguardo ch’io ebbi di rattenere per parecchj mesi la mia Memoria appunto per non intorbidar maggiormente le acque nel momento del ribasso. E infatti a quel mio scritto tenne dietro piuttosto un qualche rialzo; giacché le discussioni di buona fede rincuorano i pericolanti. Vedete che la pretesa inimicizia mia recò men danno al Monte che le sollecitudini vostre da Don Desiderio; seppure sta nella infantile innocenza di un tal personaggio l’infuriar cotanto, perché, come voi dite, «il sig. Cattaneo vuole dei conti ed è forza sciorinarli».

Ma perché lagnarmi di voi, se lo stesso compare vostro sig. De Welz viene da voi qualificato ingordo per quell’affare del 2 per 100 sulle vendite, che fu proclamato da lui nella Gazzetta 6 Giugno 1837 e altrove? Intanto che voi flagellate quel compare, eccone un altro, il sig. A. G., che nella Gazzetta del 28 corrente viene invece a dire che codesto 2 per 100 è «la cosa più modica che si possa imaginare». Signori miei, fate un po’ di cameretta fra voi e ponetevi d’accordo; poi venite a prenderla con me. Ma non obbliate poi di persuadere anche i negozianti che vi devono pagar quella provigione.

Lo «straniero d’Oltralpe non condannerà la nazione» se a lato di chi progetta instituzioni senza alcun principio dell’arte, [p. 7]si levano d’ogni parte uomini pazienti e leali che additano francamente gli errori e suggeriscono i rimedj.

Voi mi seguite passo passo come l’ombra, e contrapponete inesorabilmente a cadauno de’ miei cinquanta paragrafi un cadauno dei vostri cinquanta paragrafi; e vi chiamate malpratico da senno perché io mi dissi malpratico da baia; e non sapete mettere due parole di titolo in fronte al vostro libro senza pigliarle precisamente dalla coda del mio. Vedete che per rispondervi particolarmente dovrei scrivere da capo altri cinquanta paragrafi; ciò che supera affatto i limiti della mia pazienza e del mio tempo. Vi manderò dunque, se volete, una copia dell’opuscolo. Rinverrete là dentro le cinquanta risposte; e se vi studierete di leggere con attenzione e lealtà, scoprirete ch’io non sono un nemico del Monte, ma un amico che gli dice la verità e gli dà 37 buoni pareri senza farne rumore; e inoltre gli dice d’onde può ritrarne alcuni di quegli altri molti che gli fanno bisogno.

Siccome nell’uso del Foro si presume che un litigante ammetta tutto ciò che non nega, così gli avvocati sogliono tener dietro ad ogni parola con una minuziosa e particolar negativa; tanto più che non si sa quali vantaggi possa l’avversario nel seguito degli atti ritrarre da un’asserzione che si presenta nella più innocua sembianza. Ma quando si parla al publico, l’arte che voi mi rimproverate quasi di conoscere, insegna di far diversamente. Basta contrapporre ad un raziocinio un altro raziocinio liberamente dedotto dai propri principj e francamente atteggiato; poiché alla memoria del lettore le minuzie sfumano tosto e rimane soltanto una generica persuasione. Quindi se non volete che qualche maligno non dica che avete scritto sotto la dettatura d’un qualche avvocato, aggradite quest’altro consiglio n.° 38; e riducete il vostro libro in tre o quattro paragrafi, che è tutto quello che potete dire in modo di meritarvi un po’ di confutazione.

E quand’anche i vostri modi non siano degni di risposta, [p. 8]pure il mio rispetto al publico vuole che vi faccia qualche annotazione.

L’azione ipotecaria può essere ad un tempo medesimo pericolosa al possessore e disutile al Monte; giacchè non è pronta al bisogno, e divorando le riserve degli anni prosperi lascia cadere sul Monte tutti gli eventi degli anni infelici. Il paragone delle vostre azioni ipotecarie colle azioni maggiori della Cassa Lafitte, non regge. Il capitale contante di quella Cassa è di 15 milioni, cinque dei quali in azioni di mille franchi da versarsi per intero; le riserve cautate sono quasi il triplo, cioè 40 milioni. Al contrario nel Monte-Sete il contante fa 9 milioni e le azioni ipotecarie giungono solo a 3. Il rapporto tra il contante e le cauzioni è dunque otto volte minore. E tutta la somiglianza che voi avete saviamente scoperta consiste nell’essere ogni cosa ordinata all’inverso.

Inoltre nel Monte-Sete, l’ipotecario, sottomesso che siasi all’ipoteca, non ha più nulla a fare. La sovvenzione in ogni caso di bisogno dev’essere cercata in massa dal Monte stesso che possiede i documenti. E il Monte che deve esporsi alle pretese di circostanza ed anche ai rifiuti del sovventore, e agitar la piazza, prima di recarle soccorso. Al contrario nelle azioni Lafitte l’azionista deve fornire direttamente e quietamente la sua porzione. Vi sono diecimila azioni di cinquemila franchi, sulle quali l’esborso primitivo è di soli franchi mille. Se quel Banco abbisognasse ad un tratto d’una somma eguale a tutte quante le nostre azioni ipotecarie, cioè a tre milioni, basterebbe ch’egli cercasse sopra ogni azione una quota di 6 per 100. È certo che siffatta somma verrebbe prontamente pagata da tutti, anche perchè in caso di ritardo l’azionista si esporrebbe a danni e spese, sotto l’ampia cauzione di quattromila franchi aggiunta all’impegno dei mille franchi già pagati. Il capitale chiamato scaturisce da molte e piccole sorgenti, senza scandalo della piazza e senza discredito del Banco. Se una parte degli azionisti procrastinasse, e il bisogno stringesse, basterebbe chiamare un’altra minima quota di pochi franchi per azione, Passato il pericolo [p. 9]la somma si può rendere immantinente e non resta sulle braccia del Banco per l’intervallo di tempo pattuito con estranei sovventori, come nel Monte-Sete. Ciò che più importa si è che l’immenso popolo degli azionisti per non subire l’incomodo del momentaneo versamento, deve interessarsi a calmar l’effervescenza del pubblico al primo nascere.

È a questa differenza tra la Cassa Lafitte e il Monte-Sete ch’io mirava quando notai che nella sovvenzione le azioni ipotecarie fissano i possidenti che devono garantirla e non fissano i capitalisti che devono prestarla; che conveniva piuttosto stabilir il sovventore che l’assicuratore; vincolar quindi a preferenza chi avesse pronto il denaro; il che acquisterebbe inoltre all’azienda alleati e patroni interessati a prevenire e a combattere nella prima sua origine il discredito e il ritorno delle cedole » (§ 18). Questo era parlare per fare servigio. Ma voi nulla intendendo, mi avete dato quella risposta da Bertoldino: che «è meglio il pegno in mano che l’uomo in prigione». E poi osate pavoneggiarvi che Lafitte ha copiato i vostri Capitoli fondamentali!

Del pari inopportuno è il paragone che fate colle Società d’Assicurazione. Esse non hanno bisogno di far fronte a giornaliere, e capricciose e passaggiere emergenze; ma solo a reali infortunj, i quali sorpassino il fondo contribuito e le riserve. I danni sono a liquidarsi con tempo e comodo; e soprattutto nulla influiscono sul movimento universale del commercio e della circolazione. Infine poi nelle assicurazioni l’azionista è tenuto a versar direttamente, e non è necessario andar colle ipoteche alla mano limosinando sovventori in tempo di generale bisogno, accrescendo le strettezze del commercio.

Voglio rammentarvi un’altra cosa. Questo pensiero delle azioni ipotecarie è contemporaneo di quello che alcuni misero in voga fra certi nostri possidenti, non ha molti anni, cioè di spedir direttamente le sete a Lione e Londra e intercidere affitto dal commercio serico i negozianti tanto inglesi quanto italiani, contro i quali diffondevano le più odiose incolpazioni. Sotto [p. 10]la grave esperienza degli anni seguenti quella falsa idea sparve affatto; sicché alcuni dureranno fatica a ricordarsi qual fermento avesse destato fra noi. Il Monte-Sete pareva allora una specie direi quasi di ponte che potesse tragittar franche le sete dalle filande d’Italia alle officine di Londra, eludendo le gabelle imposte dai commercianti. Ma per fondare il Monte volevasi denaro contante. Se qualche possidente voglioso di prender parte a questa reazione non aveva cassa pronta, si pensò che bastasse fargli porgere un’ipoteca, e valersi del denaro circolante, guerreggiando il ceto mercantile colle sue stesse forze. Il nostro secolo mal si presta a queste alzate d’ingegno; volere insister più a lungo nelle reliquie di una tanta illusione, sarebbe omai troppa fatuità. Dacché il tempo ha recato consiglio, profittiamone pienamente, e lasciamo sfumar del tutto questi sogni. Essi sono da mettersi con quello che stampando cedole si creano capitali; e coll’altro che l’instituzione dei banchi cresce il numerario, mentre al contrario lo diminuisce; giacché ne rende sufficiente all’uopo del commercio una molto minor copia, in grazia del promosso giro: e così parte del numerario tosto si esporta.

Voi, sig. Corbellini, scrivete con sottilissimo ragionamento che «un’ipoteca si fonda in un istrumento che è di carta; e pure val più del contante: dunque la carta fra noi vale già più del metallo». Ma non pensate che il possessor delle cedole non ha alcuna azione diretta su di una data ipoteca; non pensate che la carta delle ipoteche è fruttifera, e le cedole non lo sono; quindi la prima può starsene a dormire nei forzieri e negli archivj, mentre le seconde devono correre tutto il giorno per le piazze, dove nessuno le può accettar con fiducia se non è certo che tutti gli altri faranno lo stesso. Quindi bisogna dargli tempo di veder la cosa alla prova, quando la legge non lo forzi a fare altrimenti. Non basta che una carta sia garantita perché sia pari alla moneta che serve a pagar le cambiali e le imposte. Se l’oro ribassa, bisogna spenderlo anche con uno scapito se altro non si ha, e la sua circolazione continua anche a basso corso; ma le cedole ad ogni centesimo di ribasso che il corso degli affari possa [p. 11]recare, rifluiranno dalle provincie alla città, dalla città al Monte, per cambiarsi al pari in moneta sonante; massime se voi persisterete a chiamar farisei i banchieri e a minacciare di sterminio i loro avviamenti. Dunque per i primi anni almeno, invece di otto milioni di cedole o polizze o boni o viglietti o qualsiasi altra generazione di carte, appena potete esser certo di tenerne in giro due o tre milioni. E ciò per il motivo che voi stesso riconoscete, cioè non esservi creazione umana che non richieda tempo. E siccome i Capitoli fondamentali non comprendono invero altro fondamento che questo: cosi l’instituto «sublime e filantropico» del sig. A. G. diverrebbe nelle vostre mani veramente malpratiche una temeraria partita d’azzardo.

Perciò, sig. Corbellini, bisogna riformare tutto quel preventivo che avete steso a pag. 10. Cancellarvi, almeno pei primi anni, il ricavo di quattro o cinque milioni di cedole. Far qualche altro diffalco per il molto denaro contante che deve sempre star pronto in cassa; e per il non poco che nei frequenti intervalli fra le entrate e le uscite rimarrà ozioso. Levare affatto il prodotto dei Conti Correnti e della Stagionatura; perché non si comprendono nei Capitoli fondamentali, unico oggetto di tutta questa controversia. Aggiungete finalmente che se si vogliono «chiamare i capitali a piccole frazioni» avrete anche piccole frazioni di impiego, mentre la spesa sarà già intera. — Adesso fatemi il bilancio, che sicuramente potete far onore alla vostra abilità.

Se l'emissione di 8, ovvero di 16 milioni è cosi «poca cosa al nostro Stato», perché ve ne promettete voi tanta pubblica prosperità? Su quali motivi di giustizia poi si fonda il vostro desiderio di donare agli agricoltori, togliendo ai possidenti e agli impiegati? Fate carità col fatto vostro.

Io non ho detto che ogni azione da 500 lire debba dar diritto ad entrare in Consiglio; ma che i cinque milioni anonimi vogliono essere rappresentati, almeno quanto i quattro nominali e i tre ipotecarj. Nei nostri Consigli Comunali, che voi citate, seggono tanto i padroni delle case, quanto quelli dei campi e dei boschi; anzi la stessa proprietà mobiliare vien rappresentata [p. 12]presentate dal deputato alla tassa personale. Nelle città poi non si ammettono indistintamente i proprietarj, ma si procura comprendervi una certa proporzione di commercianti. Non è vero che voi abbiate preso di mira il maggior possesso; poichè un’azione ipotecaria di 10 mila lire non è maggior possesso di un milione in carte anonime. Due strade dunque rimangono: o rendere tutte le azioni nominali, o condizionare al deposito di un certo numero d’azioni anonime il diritto di partecipare al voto ed alla vigilanza. Io preferisco la prima alternativa.

Se i generosi si sono offerti per salvare il paese in un momento di pericolo e lo hanno veramente salvato, non è provido pensiero aprir tosto un’altra voragine; perchè la generosità delusa si stanca, ed è omai tempo di adoperare il criterio nostro e non le limosine altrui.

Le azioni che meno mi quadrano sono le ipotecarie; e parimenti sono quelle che meno quadrano al publico, come mostra il loro corso costantemente inferiore al paragone delle altre. Eppure non sono che trecento, e siamo in un paese dove si conta qualche centinaio di possidenti, uno solo dei quali basterebbe a collocarle tutte.

Adesso vuolsi mettere ogni cura ad avere uno Statuto ragionevole; e ad onta di tutti i nostri sforzi credete pure che rimarrà sempre qualche lato debole e imperfetto. Quindi non dubitate che alla perizia dei Direttori possa mancare campo ad esercitarsi. Del resto io non credo offendere chicchessia quando dico che se la maggioranza dei membri di una società viene in breve tempo a cangiarsi (ciò che al Monte-Sete è già manifestamente avvenuto) i sottentrati hanno diritto a scegliersi amministratori di loro piacimento; appunto come chi compera un podere ha diritto a porvi un fattore di sua confidenza. L’assomigliare i direttori alle tegole del tetto mostra in voi la precisione del criterio.

A voi pure, illustre sig. De Welz, ho qualche cosa a dire. Voi siete valente in teoria, dacchè avete insegnato all’Italia la Magìa del Credito, la quale, secondo voi, consiste nel fare i debiti [p. 13]e inoltre avete ajutato la prosperità commerciale, predicando il sistema proibitivo, il quale consiste tanto o quanto nell’abolire il commercio. Inoltre siete valentissimo in pratica come lo attesterà ai posteri la medaglia di bronzo che vi siete fatto coniare a Parigi per immortalarvi creatore di quel Monte-Sete che colle vostre dicerìe e col vostro progetto delle spedizioni all’estero e della Casa filiale di Lione, per poco non avete disfatto.

È però una cosa singolare e poco esplicabile che, per creare il Monte-Sete qui di Milano, siate venuto in iscena parecchi anni dopo che se ne trattava, e tosto vi siate piantato dall’altra banda delle Alpi. Quando avrete a sindacare il valor delle firme per fare il Castelletto degli sconti, voglio sperare che vi metterete in corrente anche con questa nostra Piazza. Così non vi esporrete a scambiar le persone, stampando nel Moniteur Parisìen, e comunicando alla Gazzetta Ticinese (22 Genn.) ch’io sono “un antico farmacista, indocile figlio d’Esculapio, che non avrei dovuto far altro mai che pillole e cataplasmi ed applicar mignatte”. Io non sono né antico, né farmacista, né per quanto io sappia posso esser figlio d’Esculapio. E se anche lo fossi, voi costì, in Francia, dove stanno tanti gloriosi monumenti del ministero del farmacista Chaptal, avreste dovuto imparare a tenere in pregio una classe che nella decananza scientifica è collocata assai più alto della vostra, e nella decananza industriale ha prodotto molte delle più utili scoperte del secolo.

Ma e che hanno a fare queste vostre inezie coll’impianto del Monte-Sete? E s’io fossi ciabattino? I miei consigli diverrebbero men buoni? Credete forse che il buon senso di qualsiasi umil persona non basti a scoprire quanto ingiusto sia che l’uno riscuota l’interesse dopo sei mesi, mentre l’altro deve aspettar l’anno nuovo? E quanto difficile sia che ben cammini un’azienda nella quale chi dà la maggior parte dei milioni sonanti non è ammesso a dir la sua ragione, e secondo l’eccellente frase del sig. Corbellini «è propriamente parlando, nessuno?» [p. 14]Eppure voi andate perdendovi a provare ch’io sono incompetente a dar utili consigli.

Su questo punto devo dunque tacere? devo lasciarmi ridurre all’ignominiosa condizione d’un possessore di azioni anonime, a cui non si accorda la parola e non si apre tampoco la porta del consiglio? Amereste voi ch’io vi rendessi la pariglia e colla lurida fiaccola delle personalità venissi a farvi intorno una perlustrazione? Ma state di buon animo; chi parla per vero dire e per amor di bene, non si degna di por mano a queste armi insociali.

E in cosa di tanto comune interesse non basta ch’io sia cittadino del paese? non basta ch’io abbia proprietà d’azioni, quantunque finora mi sia mostrato poco ambizioso d’inscrivermi per assistere a vane teatralità? Sapete dirmi a qual cosa abbia servito l’ultima vostra seduta? Conveniva importunar cento azionisti per dir loro a voce che nella tal contrada, al tal numero, alla tal ora, potevano andare a leggere il Regolamento Interno col quale, senza loro concorso, si era cangiata faccia al Patto Sociale che gli univa? Il grado accademico ch’io tengo non mi ha imposto fin dalla prima gioventù il dovere appunto di studiare per principj quella scienza economica che qui si tratta d’applicare ai nostri bisogni? Voi, signor Corbellini, vi vantate di aver consultato Romagnosi e di non aver però voluto conformarvi al suo consiglio. Tanto peggio pel Monte e per voi; e quel saggio vecchio si lagnava spesso di quegli importuni che venivano a consultarlo colla speranza di farsi dar ragione e col fermo proposito di non accettar parere. Dopo avermi voluto far credere nemico del Monte, volete anche farmi credere nemico alle dottrine economiche di Romagnosi. Dacché mi avete trascinato sul terreno delle personalità, sul quale sembrano fondarsi tutte le vostre speranze, mi astringete proprio a dirvi che da quel tempo che alla scuola di Romagnosi ho cominciato questi studj, e fu nel 1820, infino a questo giorno, ho sempre avuto ferma credenza negli stessi principj di sociale economia. Però non mi sono mai intitolato economista, come voi con malizia venite insinuando; [p. 15]quantunque sia poi un nome che in sè e per sè non forma titolo di nobiltà, e non è più vanaglorioso che quello di agrimensore o di ragioniere. Chi scrive di cose economiche si designa col nome d’economista; e se pensa storto e scrive male, come voi signor Corbellini quasi quasi vi vantate di fare, non si cangia per questo l’argomento di cui scrive; e tutt’al più si può dire che è un cattivo economista e guasta il mestiere.

Tanto poi son lontano dal seguire principj economici opposti a quei del mio maestro, che se sono entrato a scrivere di questi argomenti lo feci primamente per suo incarico. E fu cosi appunto ch’ebbi a trarre da documenti officiali inglesi e tedeschi, le quali lingue egli non conosceva, alcune note sulla Questione delle tariffe americane, e sulla Lega Daziaria Germanica colle quali mi trovai quasi senza saperlo e senza volerlo in questo arringo. Ho poi scritto in seguito sul Prezzo delle Sete, sulle Interdizioni Israelitiche, sulle Strade ferrate di Venezia e di Como, e finalmente su questo povero Monte-Sete. Se vi pare che questo sia parlar di botanica o d’architettura, chiamatemi pure botanico e architetto. Se poi sono argomenti d’economia publica, non tediatemi più con queste ciarle, perché io bado alle cose e non mi curo nè dei nomi, nè delle persone. E l’unico punto che in questa controversia mi sia veramente molesto si è che voi colle vostre insolenze mi avete costretto a far questa pagliacciata di parlare avanti al publico di me stesso.

Le stesse indegne personalità vennero da voi, sig. Corbellini, avventate contro lo stimabile estensore del Foglio Commerciale, e contro i suoi onorevoli amici. Voi dite ladri i negozianti inglesi, dite usurarj e farisei i negozianti italiani, indicate come nemici i negozianti esteri stabiliti nel paese; e parlate del Monte-Sete come d’un castigamatti universale che conquiderà tutti i malnati loro monopolj. E se avranno cuore di rimbeccarsi e di oppor guerra a guerra “l’aria che respireranno non sarà più buona pei loro polmoni“ (pag. 23). Volete dunque appestarli tutti col fiato?

Fu indarno la mia fatica nel ripetere che il Monte non [p. 16]deve essere in guerra con nessuno, e che frutterà forse più all’alto commercio che al minuto trafficante. Voi colla cieca vostra furia scompigliate ogni cosa.

Consolatevi poi nel giudizioso pensiero che se i nemici che voi colle vostre impertinenze andate d’ogni parte provocando al Monte-Sete, si maneggiassero a demolirlo con un giuoco di cedole, alla fine rimarrebbero colle cedole alla mano, involti essi medesimi nella sua caduta. Ma per atterrire o stancar gli azionisti e costringere il Monte a chiuder bottega, basterà forse l’ostinata mancanza del ricavo, o tutt’al più la perdita di qualche milione; mentre a punire condegnamente quei nemici che fossero così maldestri di lasciarsi cogliere colle mani piene di carta si richiederebbe un naufragio immenso; tanto più che la guerra che voi cercate attizzare ridurrebbe il corso delle cedole a poca cosa. Ma se anche i monopolisti isolani e penisolani dovessero far qualche sacrificio, non sarebbe forse compensato dalla vittoria e dalla possibil continuazione di ciò che voi chiamate l'usura indiscreta? Del resto è difficile raffigurar le vittime degli usurai nella classe dei filatori, finché voi confessate ch’essa va crescendo rapidamente; ciò che fa testimonianza della sua prosperità.

Del resto gli nomini di condizione neutrale, come gli scrittori, sarebbero appunto i più opportuni ad accomodar le opposte pretese delle varie classi de’ commercianti e dei possidenti; e voi danneggiate gravemente l’Instituto disturbando e disgustando quelli che si sono posti a questa impresa. Disprezzare indistintamente i nostri giornali è assurdo; giacché poche città possono additar ne’ loro giornali gli scritti d’un Beccaria, d’un Verri, d’un Monti, d’un Giordani, d’un Foscolo, d’un Rasori, d’un Gioja, d’un Romagnosi. Ai quali gloriosi nomi è debito di giustizia aggiungere i vostri, sig. De Welz, sig. A. G. e sig. Corbellini, il quale siete illustre, come sento, eziandio nella fabbricazione dei Lunarj.

Lo spaccio delle Azioni del Monte che voi vantate segno del publico favore, non fu che il contracolpo di un altro [p. 17]movimento di Borsa; durò pochi giorni, e ad onta degli sforzi di alcuni interessati che comperarono, per rimettere a galla la nave, quei poveretti che «comperarono avidamente» vi sarebbero gratissimi se voi voleste trovar loro un successore, a cui ceder senza perdita tutti i loro vantaggi. Ed è per un riguardo a questi ch’io consigliai di non dimandar versamenti, primachè la rifusione generale degli Statuti non abbia riconciliato la publica opinione. Altrimenti tutti coloro che hanno comperato colla speranza di rivendere, e non hanno previsto di dover soggiacere alla prestazione effettiva d’un capitale, saranno costretti a vendere a zero ciò che hanno comperato all’otto e al nove per cento. La cosa sarebbe stata assai diversa se invece di fare una chiamata indistinta, aveste tenuto raccolte intorno al Monte le famiglie più potenti di ricchezza e di credito. E qualcuno deve per fermo averne la colpa, se la lista dei 106 soscrittori primamente raccolti dalla diligenza del sig. De Carli si ridusse di tanto, e se il publico leggendo quella dei cento maggiori contribuenti esposta nella Gazzetta del 5 Gennaio, vi riscontrò bensì con piacere i nomi di molte spettabili persone, ma non vi ritrovò più quella congregazione di possidenti e banchieri, o vi notò spariti i nomi di Borromeo, Greppi, Taccioli, Gargantini, Melzi, Mellerio, Pallavicini, Pallavicini-Muzio, Dal Verme, Durazzo, Arese, Cagnola, Passalacqua, Luzzago, Litta, Giulini, Galbiati, Belgioioso, Gavazzi, Prinetti, Somaglia, Beccaria, Sormani-Andreani, Visconti-Aimi, Medici, Vidoni-Soresina, Trivulzio, ecc. Sono sottentrati altri nomi, voi dite, ma invece di sottentrare non sarebbe stato meglio che fossero entrati a crescere il consorzio? Quando il Monte fosse stato patrocinato da tre o quattrocento agiate famiglie, avrebbe avuto altro credito che quello delle vostre azioni ipotecarie; e soprattutto avrebbe potuto resistere a molti anni di avversità; e non si sarebbe mai parlato di promettere il frutto del denaro al primo semestre, come se gli azionisti non avessero altro pane a mangiare. Ma «nella prima marcia doveva pur disertare qualcuno». Dio vi guardi dunque da un’altra marcia, perché non vi resteran [p. 18]più soldati. «I nostri possidenti, a detta vostra, tendono prodigiosamente a farsi negozianti, e amano molto i rischi. Me ne rallegro. In questo caso la vostra presenza al Monte deve averli, ancor più «prodigiosamente» spaventati; perché in fatti non hanno voluto rimanervi. E anche questo è un consiglio da, darvisi. I trafficanti, divisi in ricchi e non ricchi, in banchieri e filatori, in sovventori e in sovvenuti, difficilmente potranno mettersi a comporre di pieno accordo un equo regolamento; perché ogni classe vorrebbe tutto per sé. Molto meno poi terranno conto degli interessi del mero possidente e dei vincoli che impone l’economia generale del paese, l’ordine della circolazione e il limite della legalità; giacché delle buone idee d’economia quasi nessuno tra noi si cura e pochi ancora son persuasi che formino una propria scienza. Nell’atto adunque che si sta ventilando lo Statuto, gli utili consigli vi debbono convergere da più parti. Ed anche a voi, sig. Corbellini, può aprirsi occasione di suggerir qualche cosa di vostra competenza. Ma quando il regolamento bene o male siasi raffazzonato e la prova cominci, giova forse ricordarsi, sig.Corbellini, che i negozianti, a ragione o a torto, e a torto io credo, diffidano sempre di chi non sia negoziante. Hanno anch’essi una specie d’iniziazione, una specie di nobiltà esclusiva; e a costo di rimaner privi anche dell’opera vostra stimabilissima, non amano veder mescolato nelle loro giornaliere faccende chi non sia propriamente della loro tribù.

Voi, sig. G. A., mostrate almeno la maniera d’un uomo educato; ve ne sono riconoscente, perché la discussione quando passa certi limiti riesce odiosa e umiliante. Solo vorrei che aveste usata anche un po’ di buona fede. Perché affermare ch’io v’abbia proposto l’abbandono dello sconto e del deposito, quando vi ho detto al contrario che lo sconto è un’utilissima innovazione do introdursi, e in questo proposito mi sono espresso con non equivoco calore (v. § 24)? Perché difendendo contro la mia Memoria i Capitoli Fondamentali venir con tanta affettazione parlando della Stagionatura, della quale i Capitoli Fondamentali non parlano e la mia Memoria fa l’elogio più aperto? [p. 19]Questo è rappresentare le cose al contrario di ciò che sono.

Da tutta la vostra Appendice nella Gazzetta traspare poi che siete affatto digiuno d’ogni studio d’economia, e forse non si dirà facilmente che scriviate sotto la dettatura. Se le cambiali s’hanno a rifare dal Monte, caro mio, questo non ha più a che fare collo sconto ch’è un’altra cosa. Se è difficile portar via la cupola del Duomo, ciò non prova che sia difficile perder denari quando si espongono ciecamente ad ogni ventura. Se al Monte-Sete si fanno i pegni, questo non prova che i regolamenti del Monte di Pietà gli si possano applicare. Se voi ammettete lo sconto ad intervalli incerti ed arbitrarj, il negoziante non vi può fare assegnamento; o se ve lo farà, rimarrà crudelmente deluso, e ricadrà sotto le più gravi usure; e il corso degli interessi andrà fluttuando sulla piazza molto dannosamente. La seta non si comprerà perchè il Monte ne mandi avvisi alle piazze estere; poichè il concorso dei compratori dipende dai consumi, o piuttosto dalla incetta delle manifatture e dall’arrivo delle commissioni. L’andar poi ripetendo che il nuovo stabilimento è presieduto da uomini probi principali, non è una buona ragione per indurci a precipitare l’ordinamento del Monte, e a gettarne con tanta negligenza le basi che tutta la probità e tutta l’industria non bastino ad appuntellarne le ruinose mura. Se in America il partito della banca non è caduto ancora, questo non prova che abbia vinto; e dimostra che voi siete all’oscuro affatto delle interne mutazioni di quel paese. Studiate qualche altro paio d’anni; e se conservate le vostre garbate maniere, potrete allora mettere anche voi nella nostra controversia una parola giusta.

Intanto, sig. Corbellini, dacché, secondo voi, Lafitte ha copiato i vostri Capitoli Fondamentali, copiate da parte vostra qualche cosa anche da lui. Alla sua seduta di Ottobre sono intervenuti senza disordine 600 azionisti. Ora tutti i vostri azionisti non sono 300; e gli intervenuti all’ultima adunanza non so se giungessero a 60. Potentissimo signore, siate anche clemente; e [p. 20]ammettete almeno un’altra sessantina di questi umilissimi e docilissimi vostri servitori.

Nelle deliberazioni poi, se volete che siano valide a tempo e luogo, e non fruttino amminicoli all’avvocatura, abbiate pazienza di osservare come si deve il § 33 dei Capitoli Fondamentali, che ordina lo scrutinio secreto dei voti e non la votazione per alzata e seduta; giacché molti degli azionisti per paura dei vostri libretti e delle vostre personalità, potrebbero avere un rispetto umano di votar apertamente contro il vostro savio parere. Avete fatto la regola? rispettatela.

La ristrettezza dei 37 voti bastevoli a determinare una maggioranza o almeno a dirigerla, massime col sussidio delle procure che raddoppiano il valor delle voci presenti, produrrà senza dubbio i più perniciosi effetti. Non è necessario svolgere quindi le tanto belle e tanto sottili dottrine della efficacia delle votazioni. Basti il dire che se questa oligarchia venisse a comprendere i banchieri più ricchi e i loro clienti, per non dire gli stessi monopolisti di Londra, essi sarebbero in arbitrio di imporre agli amministratori che amassero di venir rieletti, l’obbligo di trattar con sommo rigore l’ammissione delle firme negli sconti e delle merci nei pegni. Le cose verrebbero a disporsi in modo che le firme degli oligarchi e dei loro clienti divenissero necessarie, e tutto lo sconto passasse per le loro mani. Io vedo sempre nero; ma dimandate ai Parigini da che sia nato il voto comune di erigere la Cassa Lafitte.

Io vedo sempre nero; ma le mie previsioni tendono a porvi riparo a tempo, quando una mezza riga inserta destramente nello Statuto può sventar molti mali. Voi non vedete altro che fiori, e ci ridurrete al tristo passo di chi prima non pensa e dopo sospira. Ma gli azionisti facciano pure a modo vostro; a me basta aver fatto il dovere di leale scrittore, tributando al paese il frutto de’ miei studj.

L’opposizione che voi trovate tra il principio delle Banche o del Monte-Sete e quello delle Casse di Risparmio, non esiste per nulla. Leggete gli Statuti delle Banche di Scozia; e i risultamenti [p. 21]tamenti della nuova Banca di Lione. La nostra Cassa di Risparmio non ha trovato otto milioni al tre per cento? e l’afflusso del denaro non è forse tale, che a forza di Regolamenti bisogna respingerlo? Credete voi che non troverebbe denaro anche a più basso interesse, quando lo accettasse in massa, dai ricchi e a brevi termini, e prescindesse dal principio d’un mero Instituto di carità? Non potreste voi imparare anche un’altra cosa dalla Cassa di Risparmio, cioè un modo men costoso d’amministrazione e di censura? Intendiamoci però bene che le cose si vogliono adattare alla diversa tendenza dei due Instituti, l’uno gratuito e l’altro mercantile. Del resto l’idea di adottare il pegno delle sete come impiego ai fondi delle Casse di Risparmio, fu già coltivata da un ragguardevole nostro concittadino, assai benemerito di quella Instituzione.

Ma perchè perder più tempo a dimostrarvi che coi Capitoli Fondamentali non si può andare, quando voi stesso mi venite narrando che «le sorgenti di vantaggio non si restringono alle succennate», e che in effetto all’Instituto di Pegno e Sconto, si aggiungerà un Instituto di Stagionatura, e un Instituto di Conti correnti? Dunque dei Capitoli Fondamentali non si parli più. L’oggetto pel quale scrissi è vinto. Chiamatemi pur nemico; inveite; ingiuriate: dacchè voi, eruditissimo signore, citate i Romani, io citerò i Greci e vi dirò col gran marinaio: Batti, ma ascolta.

Ma qui nasce un’altra grave questione che non è tale da risolversi in un mero consiglio. Voi non mostrate di sapere che il carattere distintivo delle Società Anonime è questo che gli Amministratori sono irresponsabili finchè stanno rigidamente agli Statuti. Quindi siffatte Società non portano nome di persone, ma s’intitolano dall’impresa che fanno. Questa irresponsabilità è un privilegio o vogliam dire l’effetto d’una legge speciale che fa eccezione al corso consueto delle cose.

Se l’impresa cangia menomamente, se lo statuto si estende, la società anonima non è più identica; quindi non è più legale. Bisogna stringere un nuovo Patto e ottenere un nuovo [p. 22]privilegio. Nell’intervallo gli amministratori che eccedono il mandato diventano responsabili; il socio e l’estraneo possono adossar loro tutte le conseguenze.

È un pericoloso e illegale sutterfugio innovar furtivamente lo Statuto sotto il titolo d’un Regolamento Interno d’Officio. Operazioni così vaste come la Stagionatura e il Banco Giro, operazioni che possono costituir da sè sole un’impresa grandissima non sono cose interne d’officio; ma vogliono un posto competente prima nello Statuto, poi nelle interne discipline necessarie ad attivarlo.

Dacchè dunque gli Amministratori riconoscono l’insufficienza del primo Patto sociale, bisogna proporne, discuterne e convenirne un altro, poi far sanzionare dall’Autorità la convenzione. Questa è l’opinione che, come giureconsulto, ho la competenza di pronunziare, e come scrittore ho l’animo di difendere a fronte di chicchessia. Come economista, con vostra licenza, vi dirò poi che è l’unico rimedio ai tanti e tanto sterminati errori in cui siamo pur troppo finora caduti. L’informe abbozzo dei Capitoli fondamentali è indegno del paese e del secolo, e non merita il sacrificio del nostro credito e del nostro denaro. La mancanza del Monte sarà un vantaggio di meno; ma il suo disordine e la sua caduta sarebbero una immensa sventura; e senza una intera rifusione dei Capitoli fondamentali, non v’è luogo a migliore speranza.

Adunque, miei signori, Corbellini, De Welz, G. A. e Compagni, invece di ostinarvi a sospingere il nostro commercio per una falsa via, o studiatevi di rinvenirne una migliore, o fatevi in disparte e non distornate colle vostre calunnie chi consacra a questo nobile intento i suoi pensieri.

Vi sono servitore.

          Milano, li 5 Febbraio 1838.

Dottor Carlo Cattaneo.