Orlando furioso/Canto 27

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1 Molti consigli de le donne sono
     meglio improviso, ch'a pensarvi, usciti;
     che questo è speziale e proprio dono
     fra tanti e tanti lor dal ciel largiti.
     Ma può mal quel degli uomini esser buono,
     che maturo discorso non aiti,
     ove non s'abbia a ruminarvi sopra
     speso alcun tempo e molto studio ed opra.

2 Parve, e non fu però buono il consiglio
     di Malagigi, ancor che (come ho detto)
     per questo di grandissimo periglio
     liberassi il cugin suo Ricciardetto.
     A levare indi Rodomonte e il figlio
     del re Agrican, lo spirto avea costretto,
     non avvertendo che sarebbon tratti
     dove i cristian ne rimarrian disfatti.

3 Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,
     creder si può che dato similmente
     al suo cugino avria debito aiuto,
     né fatto danno alla cristiana gente.
     Commandare allo spirto avria potuto,
     ch'alla via di levante o di ponente
     sì dilungata avesse la donzella,
     che non n'udisse Francia più novella.

4 Così gli amanti suoi l'avrian seguìta,
     come a Parigi, anco in ogn'altro loco;
     ma fu questa avvertenza inavvertita
     da Malagigi, per pensarvi poco:
     e la Malignità dal ciel bandita,
     che sempre vorria sangue e strage e fuoco,
     prese la via donde più Carlo afflisse,
     poi che nessuna il mastro gli prescrisse.

5 Il palafren ch'avea il demonio al fianco,
     portò la spaventata Doralice,
     che non poté arrestarla fiume, e manco
     fossa, bosco, palude, erta o pendice;
     fin che per mezzo il campo inglese e franco,
     e l'altra moltitudine fautrice
     de l'insegne di Cristo, rassegnata
     non l'ebbe al padre suo re di Granata.

6 Rodomonte col figlio d'Agricane
     la seguitaro il primo giorno un pezzo,
     che le vedean le spalle, ma lontane:
     di vista poi perderonla da sezzo,
     e venner per la traccia, come il cane
     la lepre o il capriol trovare avezzo;
     né si fermar, che furo in parte, dove
     di lei ch'era col padre ebbono nuove.

7 Guardati, Carlo, che 'l ti viene addosso
     tanto furor, ch'io non ti veggo scampo:
     né questi pur, ma 'l re Gradasso è mosso
     con Sacripante a danno del tuo campo.
     Fortuna, per toccarti fin all'osso,
     ti tolle a un tempo l'uno e l'altro lampo
     di forza e di saper, che vivea teco;
     e tu rimaso in tenebre sei cieco.

8 Io ti dico d'Orlando e di Rinaldo;
     che l'uno al tutto furioso e folle,
     al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo,
     nudo va discorrendo il piano e 'l colle:
     l'altro, con senno non troppo più saldo,
     d'appresso al gran bisogno ti si tolle;
     che non trovando Angelica in Parigi,
     si parte, e va cercandone vestigi.

9 Un fraudolente vecchio incantatore
     gli fe' (come a principio vi si disse)
     creder per un fantastico suo errore,
     che con Orlando Angelica venisse:
     ondè di gelosia tocco nel core,
     de la maggior ch'amante mai sentisse,
     venne a Parigi, e come apparve in corte,
     d'ire in Bretagna gli toccò per sorte.

10 Or fatta la battaglia onde portonne
     egli l'onor d'aver chiuso Agramante,
     tornò a Parigi, e monister di donne
     e case e rocche cercò tutte quante.
     Se murata non è tra le colonne,
     l'avria trovata il curioso amante.
     Vedendo al fin ch'ella non v'è né Orlando,
     amenduo va con gran disio cercando.

11 Pensò che dentro Anglante o dentro a Brava
     se la godesse Orlando in festa e in giuoco;
     e qua e là per ritrovarla andava,
     né in quel la ritrovò né in questo loco.
     A Parigi di nuovo ritornava,
     pensando che tardar dovesse poco
     di capitare il paladino al varco;
     che 'l suo star fuor non era senza incarco.

12 Un giorno o duo ne la città soggiorna
     Rinaldo; e poi ch'Orlando non arriva,
     or verso Anglante, or verso Brava torna,
     cercando se di lui novella udiva.
     Cavalca e quando annotta e quando aggiorna,
     alla fresca alba e all'ardente ora estiva;
     e fa al lume del sole e de la luna
     dugento volte questa via, non ch'una.

13 Ma l'antiquo aversario, il qual fece Eva
     all'interdetto pome alzar la mano,
     a Carlo un giorno i lividi occhi leva,
     che 'l buon Rinaldo era da lui lontano;
     e vedendo la rotta che poteva
     darsi in quel punto al populo cristiano,
     quanta eccellenza d'arme al mondo fusse
     fra tutti i Saracini, ivi condusse.

14 Al re Gradasso e al buon re Sacripante,
     ch'eran fatti compagni all'uscir fuore
     de la piena d'error casa d'Atlante,
     di venire in soccorso messe in core
     alle genti assediate d'Agramante,
     e a distruzion di Carlo imperatore:
     ed egli per l'incognite contrade
     fe' lor la scorta e agevolò le strade.

15 Ed ad un altro suo diede negozio
     d'affrettar Rodomonte e Mandricardo
     per le vestigie donde l'altro sozio
     a condur Doralice non è tardo.
     Ne manda ancora un altro, perché in ozio
     non stia Marfisa né Ruggier gagliardo;
     ma chi guidò l'ultima coppia tenne
     la briglia più, né quando gli altri venne.

16 La coppia di Marfisa e di Ruggiero
     di mezza ora più tarda si condusse;
     però ch'astutamente l'angel nero,
     volendo agli cristian dar de le busse,
     provide che la lite del destriero
     per impedire il suo desir non fusse,
     che rinovata si saria, se giunto
     fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto.

17 I quattro primi si trovaro insieme
     onde potean veder gli alloggiamenti
     de l'esercito oppresso e di chi 'l preme,
     e le bandiere in che feriano i venti.
     Si consigliaro alquanto; e fur l'estreme
     conclusion dei lor ragionamenti
     di dare aiuto, mal grado di Carlo,
     al re Agramante, e de l'assedio trarlo.

18 Stringonsi insieme, e prendono la via
     per mezzo ove s'alloggiano i cristiani,
     gridando Africa e Spagna tuttavia;
     e si scopriro in tutto esser pagani.
     Pel campo, arme, arme risonar s'udia;
     ma menar si sentir prima le mani:
     e de la retroguardia una gran frotta,
     non ch'assalita sia, ma fugge in rotta.

19 L'esercito cristian mosso a tumulto
     sozzopra va senza sapere il fatto.
     Estima alcun che sia un usato insulto
     che Svizzari o Guasconi abbino fatto.
     Ma perch'alla più parte è il caso occulto,
     s'aduna insieme ogni nazion di fatto,
     altri a suon di tamburo, altri di tromba:
     grande è 'l rumore, e fin al ciel rimbomba.

20 Il magno imperator, fuor che la testa,
     è tutto armato, e i paladini ha presso;
     e domandando vien che cosa è questa
     che le squadre in disordine gli ha messo;
     e minacciando, or questi or quelli arresta;
     e vede a molti il viso o il petto fesso,
     ad altri insanguinare o il capo o il gozzo,
     alcun tornar con mano o braccio mozzo.

21 Giunge più inanzi, e ne ritrova molti
     giacere in terra, anzi in vermiglio lago
     nel proprio sangue orribilmente involti,
     né giovar lor può medico né mago;
     e vede dagli busti i capi sciolti
     e braccia e gambe con crudele imago;
     e ritrova dai primi alloggiamenti
     agli ultimi per tutto uomini spenti.

22 Dove passato era il piccol drappello,
     di chiara fama eternamente degno,
     per lunga riga era rimaso quello
     al mondo sempre memorabil segno.
     Carlo mirando va il crudel macello,
     maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno,
     come alcun, in cui danno il fulgur venne,
     cerca per casa ogni sentier che tenne.

23 Non era agli ripari anco arrivato
     del re african questo primiero aiuto,
     che con Marfisa fu da un altro lato
     l'animoso Ruggier sopravenuto.
     Poi ch'una volta o due l'occhio aggirato
     ebbe la degna coppia, e ben veduto
     qual via più breve per soccorrer fosse
     l'assediato signor, ratto si mosse.

24 Come quando si dà fuoco alla mina,
     pel lungo solco de la negra polve
     licenziosa fiamma arde e camina
     sì ch'occhio a dietro a pena se le volve;
     e qual si sente poi l'alta ruina
     che 'l duro sasso o il grosso muro solve:
     così Ruggiero e Marfisa veniro,
     e tai ne la battaglia si sentiro.

25 Per lungo e per traverso a fender teste
     incominciaro, e tagliar braccia e spalle
     de le turbe che male erano preste
     ad espedire e sgombrar loro il calle.
     C'ha notato il passar de le tempeste,
     ch'una parte d'un monte o d'una valle
     offende, e l'altra lascia, s'appresenti
     la via di questi duo fra quelle genti.

26 Molti che dal furor di Rodomonte
     e di quegli altri primi eran fuggiti,
     Dio ringraziavan ch'avea lor sì pronte
     gambe concesse, e piedi sì spediti;
     e poi, dando del petto e de la fronte
     in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti,
     come l'uom né per star né per fuggire,
     al suo fisso destin può contradire.

27 Chi fugge l'un pericolo, rimane
     ne l'altro, e paga il fio d'ossa e di polpe.
     Così cader coi figli in bocca al cane
     suol, sperando fuggir, timida volpe,
     poi che la caccia de l'antique tane
     il suo vicin che le dà mille colpe,
     e cautamente con fumo e con fuoco
     turbata l'ha da non temuto loco.

28 Negli ripari entrò de' Saracini
     Marfisa con Ruggiero a salvamento.
     Quivi tutti con gli occhi al ciel supini
     Dio ringraziar del buono avvenimento.
     Or non v'è più timor de' paladini:
     il più tristo pagan ne sfida cento;
     ed è concluso che senza riposo
     si torni a fare il campo sanguinoso.

29 Corni, bussoni, timpani moreschi
     empieno il ciel di formidabil suoni:
     ne l'aria tremolare ai venti freschi
     si veggon le bandiere e i gonfaloni.
     Da l'altra parte i capitan carleschi
     stringon con Alamanni e con Britoni
     quei di Francia, d'Italia e d'Inghilterra;
     e si mesce aspra e sanguinosa guerra.

30 La forza del terribil Rodomonte,
     quella di Mandricardo furibondo,
     quella del buon Ruggier, di virtù fonte,
     del re Gradasso, sì famoso al mondo,
     e di Marfisa l'intrepida fronte,
     col re circasso a nessun mai secondo,
     feron chiamar san Gianni e san Dionigi
     al re di Francia, e ritrovar Parigi.

31 Di questi cavallieri e di Marfisa
     l'ardire invitto e la mirabil possa
     non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa
     ch'imaginar, non che descriver possa.
     Quindi si può stimar che gente uccisa
     fosse quel giorno, e che crudel percossa
     avesse Carlo. Arroge poi con loro,
     con Ferraù più d'un famoso Moro.

32 Molti per fretta s'affogaro in Senna
     (che 'l ponte non potea supplire a tanti),
     e desiar, come Icaro, la penna,
     perché la morte avean dietro e davanti.
     Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,
     i paladin fur presi tutti quanti.
     Olivier ritornò ferito sotto
     la spalla destra, Uggier col capo rotto.

33 E se, come Rinaldo e come Orlando,
     lasciato Brandimarte avesse il giuoco,
     Carlo n'andava di Parigi in bando,
     se potea vivo uscir di sì gran fuoco.
     Ciò che poté, fe' Brandimarte, e quando
     non poté più, diede alla furia loco.
     Così Fortuna ad Agramante arrise,
     ch'un'altra volta a Carlo assedio mise.

34 Di vedovelle i gridi e le querele,
     e d'orfani fanciulli e di vecchi orbi,
     ne l'eterno seren dove Michele
     sedea, salir fuor di questi aer torbi;
     e gli fecion veder come il fedele
     popul preda de' lupi era e de' corbi,
     di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna,
     che tutta avea coperta la campagna.

35 Nel viso s'arrossì l'angel beato,
     parendogli che mal fosse ubidito
     al Creatore, e si chiamò ingannato
     da la Discordia perfida e tradito.
     D'accender liti tra i pagani dato
     le avea l'assunto, e mal era esequito;
     anzi tutto il contrario al suo disegno
     parea aver fatto, a chi guardava al segno.

36 Come servo fedel, che più d'amore
     che di memoria abondi, e che s'aveggia
     aver messo in oblio cosa ch'a core
     quanto la vita e l'anima aver deggia,
     studia con fretta d'emendar l'errore,
     né vuol che prima il suo signor lo veggia:
     così l'angelo a Dio salir non volse,
     se de l'obligo prima non si sciolse.

37 Al monister, dove altre volte avea
     la Discordia veduta, drizzò l'ali.
     Trovolla ch'in capitulo sedea
     a nuova elezion degli ufficiali;
     e di veder diletto si prendea,
     volar pel capo a' frati i breviali.
     Le man le pose l'angelo nel crine,
     e pugna e calci le diè senza fine.

38 Indi le roppe un manico di croce
     per la testa, pel dosso e per le braccia.
     Mercé grida la misera a gran voce,
     e le genocchia al divin nunzio abbraccia.
     Michel non l'abandona, che veloce
     nel campo del re d'Africa la caccia;
     e poi le dice: - Aspettati aver peggio,
     se fuor di questo campo più ti veggio. -

39 Come che la Discordia avesse rotto
     tutto il dosso e le braccia, pur temendo
     un'altra volta ritrovarsi sotto
     a quei gran colpi, a quel furor tremendo,
     corre a pigliare i mantici di botto,
     ed agli accesi fuochi esca aggiungendo,
     ed accendendone altri, fa salire
     da molti cori un alto incendio d'ire.

40 E Rodomonte e Mandricardo e insieme
     Ruggier n'infiamma sì, che inanzi al Moro
     li fa tutti venire, or che non preme
     Carlo i pagani, anzi il vantaggio è loro.
     Le differenze narrano, ed il seme
     fanno saper, da cui produtte foro;
     poi del re si rimettono al parere,
     chi di lor prima il campo debba avere.

41 Marfisa del suo caso anco favella,
     e dice che la pugna vuol finire,
     che cominciò col Tartaro; perch'ella
     provocata da lui vi fu a venire:
     né, per dar loco all'altre, volea quella
     un'ora, non che un giorno, differire;
     ma d'esser prima fa l'instanza grande,
     ch'alla battaglia il Tartaro domande.

42 Non men vuol Rodomonte il primo campo
     da terminar col suo rival l'impresa,
     che per soccorrer l'africano campo
     ha già interrotta, e fin a qui sospesa.
     Mette Ruggier le sue parole a campo,
     e dice che patir troppo gli pesa
     che Rodomonte il suo destrier gli tenga,
     e ch'a pugna con lui prima non venga.

43 Per più intricarla il Tartaro viene anche,
     e niega che Ruggiero ad alcun patto
     debba l'aquila aver da l'ale bianche;
     e d'ira e di furore è così matto,
     che vuol, quando dagli altri tre non manche,
     combatter tutte le querele a un tratto.
     Né più dagli altri ancor saria mancato,
     se 'l consenso del re vi fosse stato.

44 Con prieghi il re Agramante e buon ricordi
     fa quanto può, perché la pace segua;
     e quando al fin tutti li vede sordi
     non volere assentire a pace o a triegua,
     va discorrendo come almen gli accordi
     sì, che l'un dopo l'altro il campo assegua:
     e pel miglior partito al fin gli occorre
     ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a torre.

45 Fe' quattro brevi porre: un Mandricardo
     e Rodomonte insieme scritto avea;
     ne l'altro era Ruggiero e Mandricardo.
     Rodomonte e Ruggier l'altro dicea;
     dicea l'altro Marfisa e Mandricardo.
     Indi all'arbitrio de l'instabil dea
     li fece trarre: e 'l primo fu il signore
     di Sarza a uscir con Mandricardo fuore.

46 Mandricardo e Ruggier fu nel secondo;
     nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte;
     restò Marfisa e Mandricardo in fondo,
     di che la donna ebbe turbata fronte.
     Né Ruggier più di lei parve giocondo:
     sa che le forze dei duo primi pronte
     han tra lor da finir le liti in guisa,
     che non ne fia per sé né per Marfisa.

47 Giacea non lungi da Parigi un loco,
     che volgea un miglio o poco meno intorno:
     lo cingea tutto un argine non poco
     sublime, a guisa d'un teatro adorno.
     Un castel già vi fu, ma a ferro e a fuoco
     le mura e i tetti ed a ruina andorno.
     Un simil può vederne in su la strada,
     qual volta a Borgo il Parmigiano vada.

48 In questo loco fu la lizza fatta,
     di brevi legni d'ogn'intorno chiusa,
     per giusto spazio quadra, al bisogno atta,
     con due capaci porte, come s'usa.
     Giunto il dì ch'al re par che si combatta
     tra i cavallier che non ricercan scusa,
     furo appresso alle sbarre in ambi i lati
     contra i rastrelli i padiglion tirati.

49 Nel padiglion ch'è più verso ponente
     sta il re d'Algier, c'ha membra di gigante.
     Gli pon lo scoglio indosso del serpente
     l'ardito Ferraù con Sacripante.
     Il re Gradasso e Falsiron possente
     sono in quell'altro al lato di levante,
     e metton di sua man l'arme troiane
     indosso al successor del re Agricane.

50 Sedeva in tribunale amplo e sublime
     il re d'Africa, e seco era l'Ispano;
     poi Stordilano, e l'altre genti prime
     che riveria l'esercito pagano.
     Beato a chi pôn dare argini e cime
     d'arbori stanza che gli alzi dal piano!
     Grande è la calca, e grande in ogni lato
     populo ondeggia intorno al gran steccato.

51 Eran con la regina di Castiglia
     regine e principesse e nobil donne
     d'Aragon, di Granata e di Siviglia,
     e fin di presso all'atlantee colonne:
     tra quai di Stordilan sedea la figlia,
     che di duo drappi avea le ricche gonne,
     l'un d'un rosso mal tinto, e l'altro verde;
     ma 'l primo quasi imbianca e il color perde.

52 In abito succinta era Marfisa,
     qual si convenne a donna ed a guerriera.
     Termoodonte forse a quella guisa
     vide Ippolita ornarsi e la sua schiera.
     Già, con la cotta d'arme alla divisa
     del re Agramante, in campo venut'era
     l'araldo a far divieto e metter leggi,
     che né in fatto né in detto alcun parteggi.

53 La spessa turba aspetta disiando
     la pugna, e spesso incolpa il venir tardo
     dei duo famosi cavallieri; quando
     s'ode dal padiglion di Mandricardo
     alto rumor che vien moltiplicando.
     Or sappiate, Signor, che 'l re gagliardo
     di Sericana e 'l Tartaro possente
     fanno il tumulto e 'l grido che si sente.

54 Avendo armato il re di Sericana
     di sua man tutto il re di Tartaria,
     per porgli al fianco la spada soprana
     che già d'Orlando fu, se ne venìa;
     quando nel pome scritto Durindana
     vide, e 'l quartier ch'Almonte aver solia,
     ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte
     dal giovenetto Orlando in Aspramonte.

55 Vedendola, fu certo ch'era quella
     tanto famosa del signor d'Anglante,
     per cui con grande armata, e la più bella
     che giamai si partisse di Levante,
     soggiogato avea il regno di Castella,
     e Francia vinta esso pochi anni inante:
     ma non può imaginarsi come avenga
     ch'or Mandricardo in suo poter la tenga.

56 E dimandògli se per forza o patto
     l'avesse tolta al conte, e dove e quando.
     E Mandricardo disse ch'avea fatto
     gran battaglia per essa con Orlando;
     e come finto quel s'era poi matto,
     così coprire il suo timor sperando,
     ch'era d'aver continua guerra meco,
     fin che la buona spada avesse seco.

57 E dicea ch'imitato avea il castore,
     il qual si strappa i genitali sui,
     vedendosi alle spalle il cacciatore,
     che sa che non ricerca altro da lui.
     Gradasso non udì tutto il tenore,
     che disse: - Non vo' darla a te né altrui:
     tanto oro, tanto affanno e tanta gente
     ci ho speso, che è ben mia debitamente.

58 Cercati pur fornir d'un'altra spada,
     ch'io voglio questa, e non ti paia nuovo.
     Pazzo o saggio ch'Orlando se ne vada,
     averla intendo, ovunque io la ritrovo.
     Tu senza testimoni in su la strada
     te l'usurpasti: io qui lite ne muovo.
     La mia ragion dirà mia scimitarra,
     e faremo il giudicio ne la sbarra.

59 Prima, di guadagnarla t'apparecchia,
     che tu l'adopri contra a Rodomonte.
     Di comprar prima l'arme è usanza vecchia,
     ch'alla battaglia il cavallier s'affronte. -
     - Più dolce suon non mi viene all'orecchia
     (rispose alzando il Tartaro la fronte),
     che quando di battaglia alcun mi tenta;
     ma fa che Rodomonte lo consenta.

60 Fa che sia tua la prima, e che si tolga
     il re di Sarza la tenzon seconda:
     e non ti dubitar ch'io non mi volga,
     e ch'a te ed ad ogni altro io non risponda. -
     Ruggier gridò: - Non vo' che si disciolga
     il patto, o più la sorte si confonda:
     o Rodomonte in campo prima saglia,
     o sia la sua dopo la mia battaglia.

61 Se di Gradasso la ragion prevale,
     prima acquistar che porre in opra l'arme;
     né tu l'aquila mia da le bianche ale
     prima usar déi, che non me ne disarme:
     ma poi ch'è stato il mio voler già tale,
     di mia sentenza non voglio appellarme,
     che sia seconda la battaglia mia,
     quando del re d'Algier la prima sia.

62 Se turbarete voi l'ordine in parte,
     io totalmente turbarollo ancora.
     Io non intendo il mio scudo lasciarte,
     se contra me non lo combatti or ora. -
     - Se l'uno e l'altro di voi fosse Marte
     (rispose Mandricardo irato allora),
     non saria l'un né l'altro atto a vietarme
     la buona spada o quelle nobili arme. -

63 E tratto da la colera, aventosse
     col pugno chiuso al re di Sericana;
     e la man destra in modo gli percosse,
     ch'abandonar gli fece Durindana.
     Gradasso, non credendo ch'egli fosse
     di così folle audacia e così insana,
     colto improviso fu, che stava a bada,
     e tolta si trovò la buona spada.

64 Così scornato, di vergogna e d'ira
     nel viso avampa, e par che getti fuoco;
     e più l'affligge il caso e lo martira,
     poi che gli accade in sì palese loco.
     Bramoso di vendetta si ritira,
     a trar la scimitarra, a dietro un poco.
     Mandricardo in sé tanto si confida,
     che Ruggiero anco alla battaglia sfida.

65 - Venite pure inanzi amenduo insieme,
     e vengane pel terzo Rodomonte,
     Africa e Spagna e tutto l'uman seme;
     ch'io son per sempremai volger la fronte. -
     Così dicendo, quel che nulla teme,
     mena d'intorno la spada d'Almonte;
     lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero,
     contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.

66 - Lascia la cura a me (dicea Gradasso),
     ch'io guarisca costui de la pazzia. -
     - Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso,
     ch'esser convien questa battaglia mia. -
     - Va indietro tu! - Vavvi pur tu! - né passo
     però tornando, gridan tuttavia;
     ed attaccossi la battaglia in terzo,
     ed era per uscirne un strano scherzo,

67 se molti non si fossero interposti
     a quel furor, non con troppo consiglio;
     ch'a spese lor quasi imparar che costi
     voler altri salvar con suo periglio.
     Né tutto 'l mondo mai gli avria composti,
     se non venia col re d'Ispagna il figlio
     del famoso Troiano, al cui cospetto
     tutti ebbon riverenza e gran rispetto.

68 Si fe' Agramante la cagione esporre
     di questa nuova lite così ardente:
     poi molto affaticossi per disporre
     che per quella giornata solamente
     a Mandricardo la spada d'Ettorre
     concedesse Gradasso umanamente,
     tanto ch'avesse fin l'aspra contesa
     ch'avea già incontra a Rodomonte presa.

69 Mentre studia placarli il re Agramante,
     ed or con questo ed or con quel ragiona;
     da l'altro padiglion tra Sacripante
     e Rodomonte un'altra lite suona.
     Il re circasso (come è detto inante)
     stava di Rodomonte alla persona,
     ed egli e Ferraù gli aveano indotte
     l'arme del suo progenitor Nembrotte.

70 Ed eran poi venuti ove il destriero
     facea, mordendo, il ricco fren spumoso;
     io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero
     stava iracondo e più che mai sdegnoso.
     Sacripante ch'a por tal cavalliero
     in campo avea, mirava curioso
     se ben ferrato e ben guernito e in punto
     era il destrier, come doveasi a punto.

71 E venendo a guardargli più a minuto
     i segni, le fattezze isnelle ed atte,
     ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto
     che questo era il destrier suo Frontalatte,
     che tanto caro già s'avea tenuto,
     per cui già avea mille querele fatte;
     e poi che gli fu tolto, un tempo volse
     sempre ire a piedi: in modo gliene dolse.

72 Inanzi Albracca glie l'avea Brunello
     tolto di sotto quel medesmo giorno
     ch'ad Angelica ancor tolse l'annello,
     al conte Orlando Balisarda e 'l corno,
     e la spada a Marfisa: ed avea quello,
     dopo che fece in Africa ritorno,
     con Balisarda insieme a Ruggier dato,
     il qual l'avea Frontin poi nominato.

73 Quando conobbe non si apporre in fallo,
     disse il Circasso, al re d'Algier rivolto:
     - Sappi, signor, che questo è mio cavallo,
     ch'ad Albracca di furto mi fu tolto.
     Bene avrei testimoni da provallo;
     ma perché son da noi lontani molto,
     s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere
     con l'arme in man le mie parole vere.

74 Ben son contento, per la compagnia
     in questi pochi dì stata fra noi,
     che prestato il cavallo oggi ti sia,
     ch'io veggo ben che senza far non puoi;
     però con patto, se per cosa mia
     e prestata da me conoscer vuoi:
     altrimente d'averlo non far stima,
     o se non lo combatti meco prima. -

75 Rodomonte, del quale un più orgoglioso
     non ebbe mai tutto il mestier de l'arme;
     al quale in esser forte e coraggioso
     alcuno antico d'uguagliar non parme;
     rispose: - Sacripante, ogn'altro ch'oso,
     fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme,
     con suo mal si saria tosto avveduto
     che meglio era per lui di nascer muto.

76 Ma per la compagnia che, come hai detto,
     novellamente insieme abbiamo presa,
     ti son contento aver tanto rispetto,
     ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa,
     fin che de la battaglia veggi effetto,
     che fra il Tartaro e me tosto fia accesa:
     dove porti uno esempio inanzi spero,
     ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. -

77 Gli è teco cortesia l'esser villano
     (disse il Circasso pien d'ira e di isdegno);
     ma più chiaro ti dico ora e più piano,
     che tu non faccia in quel destrier disegno:
     che te lo defendo io, tanto ch'in mano
     questa vindice mia spada sostegno;
     e metteròvi insino l'ugna e il dente,
     se non potrò difenderlo altrimente. -

78 Venner da le parole alle contese,
     ai gridi, alle minacce, alla battaglia,
     che per molt'ira in più fretta s'accese,
     che s'accendesse mai per fuoco paglia.
     Rodomonte ha l'osbergo ed ogni arnese,
     Sacripante non ha piastra né maglia;
     ma par (sì ben con lo schermir s'adopra)
     che tutto con la spada si ricuopra.

79 Non era la possanza e la fierezza
     di Rodomonte, ancor ch'era infinita,
     più che la providenza e la destrezza
     con che sue forze Sacripante aita.
     Non voltò ruota mai con più prestezza
     il macigno sovran che 'l grano trita,
     che faccia Sacripante or mano or piede
     di qua di là, dove il bisogno vede.

80 Ma Ferraù, ma Serpentino arditi
     trasson le spade, e si cacciar tra loro,
     dal re Grandonio, da Isolier seguiti,
     da molt'altri signor del popul Moro.
     Questi erano i romori, i quali uditi
     ne l'altro padiglion fur da costoro,
     quivi per accordar venuti invano
     col Tartaro, Ruggiero e 'l Sericano.

81 Venne chi la novella al re Agramante
     riportò certa, come pel destriero
     avea con Rodomonte Sacripante
     incominciato un aspro assalto e fiero.
     Il re, confuso di discordie tante,
     disse a Marsilio: - Abbi tu qui pensiero
     che fra questi guerrier non segua peggio,
     mentre all'altro disordine io proveggio. -

82 Rodomonte, che 'l re, suo signor, mira,
     frena l'orgoglio, e torna indietro il passo;
     né con minor rispetto si ritira
     al venir d'Agramante il re circasso.
     Quel domanda la causa di tant'ira
     con real viso e parlar grave e basso:
     e cerca, poi che n'ha compreso il tutto,
     porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto.

83 Il re circasso il suo destrier non vuole
     ch'al re d'Algier più lungamente resti,
     se non s'umilia tanto di parole,
     che lo venga a pregar che glie lo presti.
     Rodomonte, superbo come suole,
     gli risponde: - Né 'l ciel, né tu faresti
     che cosa che per forza aver potessi,
     da altri, che da me, mai conoscessi. -

84 Il re chiede al Circasso, che ragione
     ha nel cavallo, e come gli fu tolto:
     e quel di parte in parte il tutto espone,
     ed esponendo s'arrossisce in volto,
     quando gli narra che 'l sottil ladrone,
     ch'in un alto pensier l'aveva colto,
     la sella su quattro aste gli suffolse,
     e di sotto il destrier nudo gli tolse.

85 Marfisa che tra gli altri al grido venne,
     tosto che 'l furto del cavallo udì,
     in viso si turbò, che le sovenne
     che perdé la sua spada ella quel dì:
     e quel destrier che parve aver le penne
     da lei fuggendo, riconobbe qui:
     riconobbe anco il buon re Sacripante,
     che non avea riconosciuto inante.

86 Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi
     Brunel di questo aveano udito spesso,
     verso lui cominciaro a rivoltarsi,
     e far palesi cenni ch'era desso;
     Marfisa sospettando, ad informarsi
     da questo e da quell'altro ch'avea appresso,
     tanto che venne a ritrovar che quello
     che le tolse la spada era Brunello:

87 e seppe che pel furto onde era degno
     che gli annodasse il collo un capestro unto,
     dal re Agramante al tingitano regno
     fu, con esempio inusitato, assunto.
     Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,
     disegnò vendicarsene a quel punto,
     e punir scherni e scorni che per strada
     fatti l'avea sopra la tolta spada.

88 Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece;
     che del resto de l'arme era guernita.
     Senza osbergo io non trovo che mai diece
     volte fosse veduta alla sua vita,
     dal giorno ch'a portarlo assuefece
     la sua persona, oltre ogni fede ardita.
     Con l'elmo in capo andò dove fra i primi
     Brunel sedea negli argini sublimi.

89 Gli diede a prima giunta ella di piglio
     in mezzo il petto, e da terra levollo,
     come levar suol col falcato artiglio
     talvolta la rapace aquila il pollo;
     e là dove la lite inanzi al figlio
     era del re Troian, così portollo.
     Brunel, che giunto in male man si vede,
     pianger non cessa e domandar mercede.

90 Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi,
     di che 'l campo era pien quasi ugualmente,
     Brunel, ch'ora pietade ora sussidi
     domandando venìa, così si sente,
     ch'al suono de' ramarichi e de' stridi
     si fa d'intorno accor tutta la gente.
     Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa
     con viso altier gli dice in questa guisa:

91 - Io voglio questo ladro tuo vasallo
     con le mie mani impender per la gola,
     perché il giorno medesmo che 'l cavallo
     a costui tolle, a me la spada invola.
     Ma se gli è alcun che voglia dir ch'io fallo,
     facciasi inanzi e dica una parola;
     ch'in tua presenza gli vo' sostenere
     che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere.

92 Ma perché si potria forse imputarme
     c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti,
     mentre che questi più famosi in arme
     d'altre querele son tutti impediti;
     tre giorni ad impiccarlo io vo' indugiarme:
     intanto o vieni, o manda chi l'aiti;
     che dopo, se non fia chi me lo vieti,
     farò di lui mille uccellacci lieti.

93 Di qui presso a tre leghe a quella torre
     che siede inanzi ad un piccol boschetto,
     senza più compagnia mi vado a porre,
     che d'una mia donzella e d'un valletto.
     S'alcuno ardisce di venirmi a torre
     questo ladron, là venga, ch'io l'aspetto. -
     Così disse ella; e dove disse, prese
     tosto la via, né più risposta attese.

94 Sul collo inanzi del destrier si pone
     Brunel, che tuttavia tien per le chiome.
     Piange il misero e grida, e le persone,
     in che sperar solìa, chiama per nome.
     Resta Agramante in tal confusione
     di questi intrichi, che non vede come
     poterli sciorre; e gli par via più greve
     che Marfisa Brunel così gli leve.

95 Non che l'apprezzi o che gli porti amore,
     anzi più giorni son che l'odia molto;
     e spesso ha d'impiccarlo avuto in core,
     dopo che gli era stato l'annel tolto.
     Ma questo atto gli par contra il suo onore,
     sì che n'avampa di vergogna in volto.
     Vuole in persona egli seguirla in fretta,
     e a tutto suo poter farne vendetta.

96 Ma il re Sobrino, il quale era presente,
     da questa impresa molto il dissuade,
     dicendogli che mal conveniente
     era all'altezza di sua maestade,
     se ben avesse d'esserne vincente
     ferma speranza e certa sicurtade:
     più ch'onor, gli fia biasmo, che si dica
     ch'abbia vinta una femina a fatica.

97 Poco l'onore, e molto era il periglio
     d'ogni battaglia che con lei pigliasse;
     e che gli dava per miglior consiglio,
     che Brunello alle forche aver lasciasse;
     e se credesse ch'uno alzar di ciglio
     a torlo dal capestro gli bastasse,
     non dovea alzarlo, per non contradire
     che s'abbia la giustizia ad esequire.

98 - Potrai mandare un che Marfisa prieghi
     (dicea) ch'in questo giudice ti faccia,
     con promission ch'al ladroncel si leghi
     il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia;
     e quando anco ostinata te lo nieghi,
     se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia:
     pur che da tua amicizia non si spicchi,
     Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. -

99 Il re Agramante volentier s'attenne
     al parer di Sobrin discreto e saggio;
     e Marfisa lasciò, che non le venne,
     né patì ch'altri andasse a farle oltraggio,
     né di farla pregare anco sostenne:
     e tolerò, Dio sa con che coraggio,
     per poter acchetar liti maggiori,
     e del suo campo tor tanti romori.

100 Di ciò si ride la Discordia pazza,
     che pace o triegua ormai più teme poco.
     Scorre di qua e di là tutta la piazza,
     né può trovar per allegrezza loco.
     La Superbia con lei salta e gavazza,
     e legne ed esca va aggiungendo al fuoco:
     e grida sì, che fin ne l'alto regno
     manda a Michel de la vittoria segno.

101 Tremò Parigi e turbidossi Senna
     all'alta voce, a quello orribil grido;
     rimbombò il suon fin alla selva Ardenna
     sì che lasciar tutte le fiere il nido.
     Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna,
     di Blaia e d'Arli e di Roano il lido;
     Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno:
     si strinsero le madri i figli al seno.

102 Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo
     d'essere i primi a terminar sua lite,
     l'una ne l'altra aviluppata in modo,
     che non l'avrebbe Apolline espedite.
     Commincia il re Agramante a sciorre il nodo
     de le prime tenzon ch'aveva udite,
     che per la figlia del re Stordilano
     eran tra il re di Scizia e il suo Africano.

103 Il re Agramante andò per porre accordo
     di qua e di là più volte a questo e a quello,
     e a questo e a quel più volte diè ricordo
     da signor giusto e da fedel fratello:
     e quando parimente trova sordo
     l'un come l'altro, indomito e rubello
     di volere esser quel che resti senza
     la donna da cui vien lor differenza;

104 s'appiglia al fin, come a miglior partito,
     di che amendui si contentar gli amanti,
     che de la bella donna sia marito
     l'uno de' duo, quel che vuole essa inanti;
     e da quanto per lei sia stabilito,
     più non si possa andar dietro né avanti.
     All'uno e all'altro piace il compromesso,
     sperando ch'esser debbia a favor d'esso.

105 Il re di Sarza, che gran tempo prima
     di Mandricardo amava Doralice,
     ed ella l'avea posto in su la cima
     d'ogni favor ch'a donna casta lice;
     che debba in util suo venire estima
     la gran sentenza che 'l può far felice:
     né egli avea questa credenza solo,
     ma con lui tutto il barbaresco stuolo.

106 Ognun sapea ciò ch'egli avea già fatto
     per essa in giostre, in torniamenti, in guerra;
     e che stia Mandricardo a questo patto,
     dicono tutti che vaneggia ed erra.
     Ma quel che più fiate e più di piatto
     con lei fu mentre il sol stava sotterra,
     e sapea quanto avea di certo in mano,
     ridea del popular giudicio vano.

107 Poi lor convenzion ratificaro
     in man del re quei duo prochi famosi,
     ed indi alla donzella se n'andaro.
     Ed ella abbassò gli occhi vergognosi,
     e disse che più il Tartaro avea caro:
     di che tutti restar maravigliosi;
     Rodomonte sì attonito e smarrito,
     che di levar non era il viso ardito.

108 Ma poi che l'usata ira cacciò quella
     vergogna che gli avea la faccia tinta,
     ingiusta e falsa la sentenza appella;
     e la spada impugnando, ch'egli ha cinta,
     dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella
     gli dia perduta questa causa o vinta,
     e non l'arbitrio di femina lieve
     che sempre inchina a quel che men far deve.

109 Di nuovo Mandricardo era risorto,
     dicendo: - Vada pur come ti pare: -
     sì che prima che 'l legno entrasse in porto,
     v'era a solcare un gran spazio di mare:
     se non che 'l re Agramante diede torto
     a Rodomonte, che non può chiamare
     più Mandricardo per quella querela;
     e fe' cadere a quel furor la vela.

110 Or Rodomonte che notar si vede
     dinanzi a quei signor di doppio scorno,
     dal suo re, a cui per riverenza cede,
     e da la donna sua, tutto in un giorno,
     quivi non volse più fermare il piede;
     e de la molta turba ch'avea intorno
     seco non tolse più che duo sergenti,
     ed uscì dei moreschi alloggiamenti.

111 Come, partendo, afflitto tauro suole,
     che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
     cercar le selve e le rive più sole
     lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
     dove muggir non cessa all'ombra e al sole,
     né però scema l'amorosa rabbia:
     così sen va di gran dolor confuso
     il re d'Algier da la sua donna escluso.

112 Per riavere il buon destrier si mosse
     Ruggier, che già per questo s'era armato;
     ma poi di Mandricardo ricordasse,
     a cui de la battaglia era ubligato:
     non seguì Rodomonte, e ritornosse
     per entrar col re tartaro in steccato
     prima che 'ntrasse il re di Sericana,
     che l'altra lite avea di Durindana.

113 Veder torsi Frontin troppo gli pesa
     dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;
     ma dato ch'abbia fine a questa impresa,
     ha ferma intenzion di ricovrarlo.
     Ma Sacripante, che non ha contesa,
     come Ruggier, che possa distornarlo,
     e che non ha da far altro che questo,
     per l'orme vien di Rodomonte presto.

114 E tosto l'avria giunto, se non era
     un caso strano che trovò tra via,
     che lo fe' dimorar fin alla sera,
     e perder le vestigie che seguia.
     Trovò una donna che ne la riviera
     di Senna era caduta, e vi peria,
     s'a darle tosto aiuto non veniva:
     saltò ne l'acqua e la ritrasse a riva.

115 Poi quando in sella volse risalire,
     aspettato non fu dal suo destriero,
     che fin a sera si fece seguire,
     e non si lasciò prender di leggiero:
     preselo al fin, ma non seppe venire
     più, donde s'era tolto dal sentiero:
     ducento miglia errò tra piano e monte,
     prima che ritrovasse Rodomonte.

116 Dove trovollo, e come fu conteso
     con disvantaggio assai di Sacripante,
     come perdé il cavallo e restò preso,
     or non dirò; c'ho da narrarvi inante
     di quanto sdegno e di quanta ira acceso
     contra la donna e contra il re Agramante
     del campo Rodomonte si partisse,
     e ciò che contra all'uno e all'altro disse.

117 Di cocenti sospir l'aria accendea
     dovunque andava il Saracin dolente:
     Ecco per la pietà che gli n'avea,
     da' cavi sassi rispondea sovente.
     - Oh feminile ingegno (egli dicea),
     come ti volgi e muti facilmente,
     contrario oggetto proprio de la fede!
     Oh infelice, oh miser chi ti crede!

118 Né lunga servitù, né grand'amore
     che ti fu a mille prove manifesto,
     ebbono forza di tenerti il core,
     che non fossi a cangiarsi almen sì presto.
     Non perch'a Mandricardo inferiore
     io ti paressi, di te privo resto;
     né so trovar cagione ai casi miei,
     se non quest'una, che femina sei.

119 Credo che t'abbia la Natura e Dio
     produtto, o scelerato sesso, al mondo
     per una soma, per un grave fio
     de l'uom, che senza te saria giocondo:
     come ha produtto anco il serpente rio
     e il lupo e l'orso, e fa l'aer fecondo
     e di mosche e di vespe e di tafani,
     e loglio e avena fa nascer tra i grani.

120 Perché fatto non ha l'alma Natura,
     che senza te potesse nascer l'uomo,
     come s'inesta per umana cura
     l'un sopra l'altro il pero, il corbo e 'l pomo?
     Ma quella non può far sempre a misura:
     anzi, s'io vo' guardar come io la nomo,
     veggo che non può far cosa perfetta,
     poi che Natura femina vien detta.

121 Non siate però tumide e fastose,
     donne, per dir che l'uom sia vostro figlio;
     che de le spine ancor nascon le rose,
     e d'una fetida erba nasce il giglio:
     importune, superbe, dispettose,
     prive d'amor, di fede e di consiglio,
     temerarie, crudeli, inique, ingrate,
     per pestilenza eterna al mondo nate. -

122 Con queste ed altre er infinite appresso
     querele il re di Sarza se ne giva,
     or ragionando in un parlar sommesso,
     quando in un suon che di lontan s'udiva,
     in onta e in biasmo del femineo sesso:
     e certo da ragion si dipartiva;
     che per una o per due che trovi ree,
     che cento buone sien creder si dee.

123 Se ben di quante io n'abbia fin qui amate,
     non n'abbia mai trovata una fedele,
     perfide tutte io non vo' dir né ingrate,
     ma darne colpa al mio destin crudele.
     Molte or ne sono, e più già ne son state,
     che non dan causa ad uom che si querele;
     ma mia fortuna vuol che s'una ria
     ne sia tra cento, io di lei preda sia.

124 Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora,
     anzi prima che 'l crin più mi s'imbianchi,
     che forse dirò un dì, che per me ancora
     alcuna sia che di sua fé non manchi.
     Se questo avvien (che di speranza fuora
     io non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi
     di farla, a mia possanza, gloriosa
     con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

125 Il Saracin non avea manco sdegno
     contra il suo re, che contra la donzella;
     e così di ragion passava il segno,
     biasmando lui, come biasmando quella.
     Ha disio di veder che sopra il regno
     gli cada tanto mal, tanta procella,
     ch'in Africa ogni casa si funesti,
     né pietra salda sopra pietra resti;

126 e che spinto del regno, in duolo e in lutto
     viva Agramante misero e mendico:
     e ch'esso sia che poi gli renda il tutto,
     e lo riponga nel suo seggio antico,
     e de la fede sua produca il frutto;
     e gli faccia veder ch'un vero amico
     a dritto e a torto esser dovea preposto,
     se tutto 'l mondo se gli fosse opposto.

127 E così quando al re, quando alla donna
     volgendo il cor turbato, il Saracino
     cavalca a gran giornate, e non assonna,
     e poco riposar lascia Frontino.
     Il dì seguente o l'altro in su la Sonna
     si ritrovò, ch'avea dritto il camino
     verso il mar di Provenza, con disegno
     di navigare in Africa al suo regno.

128 Di barche e di sottil legni era tutto
     fra l'una ripa e l'altra il fiume pieno,
     ch'ad uso de l'esercito condutto
     da molti lochi vettovaglie avieno;
     perché in poter de' Mori era ridutto,
     venendo da Parigi al lito ameno
     d'Acquamorta, e voltando invêr la Spagna,
     ciò che v'è da man destra di campagna.

129 Le vettovaglie in carra ed in iumenti,
     tolte fuor de le navi, erano carche,
     e tratte con la scorta de le genti,
     ove venir non si potea con barche.
     Avean piene le ripe i grassi armenti
     quivi condotti da diverse marche;
     e i conduttori intorno alla riviera
     per vari tetti albergo avean la sera.

130 Il re d'Algier, perché gli sopravenne
     quivi la notte e l'aer nero e cieco,
     d'un ostier paesan lo 'nvito tenne,
     che lo pregò che rimanesse seco.
     Adagiato il destrier, la mensa venne
     di vari cibi e di vin corso e greco;
     che 'l Saracin nel resto alla moresca
     ma volse far nel bere alla francesca.

131 L'oste con buona mensa e miglior viso
     studiò di fare a Rodomonte onore;
     che la presenza gli diè certo aviso
     ch'era uomo illustre e pien d'alto valore:
     ma quel che da se stesso era diviso,
     né quella sera avea ben seco il core
     (che mal suo grado s'era ricondotto
     alla donna già sua), non facea motto.

132 Il buon ostier, che fu dei diligenti
     che mai si sien per Francia ricordati,
     quando tra le nimiche e strane genti
     l'albergo e' beni suoi s'avea salvati,
     per servir, quivi, alcuni suoi parenti,
     a tal servigio pronti, avea chiamati;
     de' quai non era alcun di parlar oso,
     vedendo il Saracin muto e pensoso.

133 Di pensiero in pensiero andò vagando
     da se stesso lontano il pagan molto,
     col viso a terra chino, né levando
     sì gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto.
     Dopo un lungo star cheto, suspirando,
     sì come d'un gran sonno allora sciolto,
     tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia,
     e voltò gli occhi all'oste e alla famiglia.

134 Indi roppe il silenzio, e con sembianti
     più dolci un poco e viso men turbato,
     domandò all'oste e agli altri circostanti
     se d'essi alcuno avea mogliere a lato.
     Che l'oste e che quegli altri tutti quanti
     l'aveano, per risposta gli fu dato.
     Domanda lor quel che ciascun si crede
     de la sua donna nel servargli fede.

135 Eccetto l'oste, fer tutti risposta,
     che si credeano averle e caste e buone.
     Disse l'oste: - Ognun pur creda a sua posta;
     ch'io so ch'avete falsa opinione.
     Il vostro sciocco credere vi costa
     ch'io stimi ognun di voi senza ragione;
     e così far questo signor deve anco,
     se non vi vuol mostrar nero per bianco.

136 Perché, sì come è sola la fenice,
     né mai più d'una in tutto il mondo vive,
     così né mai più d'uno esser si dice,
     che de la moglie i tradimenti schive.
     Ognun si crede d'esser quel felice,
     d'esser quel sol ch'a questa palma arrive.
     Come è possibil che v'arrivi ognuno,
     se non ne può nel mondo esser più d'uno?

137 Io fui già ne l'error che siete voi,
     che donna casta anco più d'una fusse.
     Un gentilomo di Vinegia poi,
     che qui mia buona sorte già condusse,
     seppe far sì con veri esempi suoi,
     che fuor de l'ignoranza mi ridusse.
     Gian Francesco Valerio era nomato;
     che 'l nome suo non mi s'è mai scordato.

138 Le fraudi che le mogli e che l'amiche
     sogliano usar, sapea tutte per conto:
     e sopra ciò moderne istorie e antiche,
     e proprie esperienze avea sì in pronto,
     che mi mostrò che mai donne pudiche
     non si trovaro, o povere o di conto;
     e s'una casta più de l'altra parse,
     venìa, perché più accorta era a celarse.

139 E fra l'altre (che tante me ne disse,
     che non ne posso il terzo ricordarmi),
     sì nel capo una istoria mi si scrisse,
     che non si scrisse mai più saldo in marmi:
     e ben parria a ciascuno che l'udisse,
     di queste rie quel ch'a me parve e parmi.
     E se, signor, a voi non spiace udire,
     a lor confusion ve la vo' dire. -

140 Rispose il Saracin: - Che puoi tu farmi,
     che più al presente mi diletti e piaccia,
     che dirmi istoria e qualche esempio darmi
     che con l'opinion mia si confaccia?
     Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi,
     siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia. -
     Ma nel canto che segue io v'ho da dire
     quel che fe' l'oste a Rodomonte udire.

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