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Abramo Lincoln 11


sembrano creati per compiere l’opera e quella compiuta scompaiono, trascinati via da un breve morbo, da un colpo di ferro, da una subitanea disfatta; tolti via rapidamente, come rapidamente sorsero, quasi che la forza che li suscitò non voglia permettere loro di essere gli spettatori, e forse i distruttori, della opera da loro, sotto l’imperio di una inevitabile fatalità, compiuta.

Essi vengono come da plaghe remote. Più antichi del loro tempo, per il loro tempo troppo giovani, si rendono immediatamente padroni dei destini del loro tempo; ne intuiscono i bisogni, ne vedono la via, oscura per tutti, a traverso il labirinto inestricabile dei fatti, e per quella via, che è la sola buona, cacciano la folla umana, maledetti, maledicenti, odiati, forti, insensibili ai dolori altrui, più insensibili ancora ai dolori proprii; anime corazzate di fatalità inesorabili, profonde come i più profondi abissi dell’Oceano, terse come sereni cieli di primavera, dritte come lame di spada, serene, dure, pieghevoli ed inflessibili insieme, strumenti perfetti d’un’opera meravigliosa, unica per quel tempo nei tempi.

Vengono, per lo più, da folle oscure, da origini umili e lontane, dagli strati bassi della umanità, dove pare che d’ogni vita fermentino i germi; ed appena comparsi alla luce dei fatti si impadroniscono di ciò che costituisce l’ora necessaria, ed operano.

Ci sono in essi tutte le capacità, tutte le forze, tutte le audacie; essi creano intorno a se stessi ― per lo scopo supremo dell’opera loro ― gli