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come ultima risorsa e perdeva anche quelli. Ed era anche allora la vendita, ma la vendita dall’oggi all’indomani, la separazione brutale che non aveva altro rimedio che nella morte o nella fuga. Ed al suicidio ricorrevano spesso gli schiavi.

Su gli ultimi tempi della schiavitù, appunto nell’epoca in cui Lincoln combatteva la sua battaglia antischiavista, sembrava che una frenesia di suicidio avesse invaso l’anima dei negri. Si uccidevano per disperazione, si uccidevano per dispetto. A tanto gli aveva portati l’oppressione feroce dei padroni!

I maltrattamenti dei bianchi avevano fruttificato germi d’odio nell’anima dei negri e quando le rivolte parziali scoppiavano, erano massacri spietati da tutte e due le parti. I negri bruciavano le coltivazioni, le piantagioni, le case dei bianchi; i bianchi cacciavano i negri come si cacciano, in Siberia, le torme di lupi affamati. Avevano addestrato i cani alla caccia del negro, e spesso vi erano padroni che si compiacevano nell’assistere allo sbranamento del negro ribelle.

I cento, i duecento colpi di frusta erano le punizioni normali per colpe lievi dello schiavo; spesso questi moriva sotto il bastone.

Padroni e schiavi, salvo rarissime eccezioni, vivevano in una atmosfera di violenza e di odio. Lo schiavo anelava alla libertà e la cercava con tutti i mezzi a sua disposizione; il padrone considerava lo schiavo come una bestia feroce della quale era costretto a servirsi, ma che non poteva ad ogni istante non trattare come una bestia feroce.