Pagina:Annali del principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540.djvu/452

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vazione dell’investitura dei feudi che la sua famiglia riconosce dalla Chiesa di Trento; non ostante che i di lui antecessori fossero stati contumaci a richiederla sotto i quattro vescovi immediati suoi predecessori. In egual forma accordò un’investitura separata a Nicolò conte d’Arco, per quella parte dei feudi, che nella divisione con Vinciguerra suo fratello gli pervennero dopo la morte del conte Francesco, comun genitore. Accettò pure il vescovo Bernardo il solenne rifiuto fatto in sue mani di certi feudi da Gerardo conte d’Arco, a favore di Nicolò di Trautmansdorf, cui egli investi subito dei medesimi[1]. Non avendo il vescovo Bernardo potuto ottenere da Nicolò, signore di Gresta, che entro certo termine a lui si presentasse per levare la investitura di Castel Gresta e d’altri corpi feudali, gli concesse, per l’addotta scusa di malattia, la dilazione a sei settimane, entro le quali dovesse presentarsi avanti di sè o de’ suoi luogotenenti, in sua assenza[2].

Nel 1520 il vescovo Bernardo spedì la rinnovazione dell’investitura feudale del marchesato di Castellaro a Federico marchese di Mantova[3].

Nel 1521 il Capitolo di Trento ebbe dall’Imperatore Carlo l’un amplissimo diploma di salvaguardia e di speciale protezione[4]. Li 16 marzo dello stesso anno fu fatta una transazione tra il comune di Dro e

  1. Miscellanea Alberti, T. III, fol. 226, 227, 228.
  2. Miscell. Alberti, T. III, fol. 229.
  3. Miscell. Alberti, T. III, fol. 159.
  4. Miscell. Alberti, T. III, fol. 66.