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Appena la legna posta al fuoco era tutta andata in cenere e brage, io spargea queste sul focolare, sì che lo coprissero tutto, e ve le lasciava tanto che fosse ben riscaldato ed egualmente in ogni parte. Spazzate indi le ceneri, poneva sopr’essa la mia pagnotta o le mie pagnotte ch’io copriva col piatto di terra cotta, su la cui superficie convessa io spargeva ceneri calde, perchè mantenessero ed aggiungessero calore al mio pane. Così, come se fossi stato padrone del miglior forno del mondo, io cuoceva le mie pagnotte di farina d’orzo, ed in breve tempo divenni sopra mercato un eccellente pasticciere, perchè mi faceva da me stesso le mie focacce e le mie torte di riso; non dirò pasticci, perchè aveva bensì da metterci dentro carne di capra ed uccelli, ma non gli altri ingredienti che ci vogliono in un pasticcio.

Non è meraviglia se tutti questi lavori mi portarono via la maggior parte del terzo anno del mio soggiorno in quest’isola; perchè e da osservarsi che nell’intervallo di tali lavori ebbi anche l’altro della mietitura e di tirarmi a casa il mio ricolto: operazioni che eseguii quando ne fu la stagione alla meglio che potei, collocando cioè le spighe ne’ miei ampi canestri, per isgranarle indi a suo tempo, perchè non aveva nè aia su cui trebbiarle, nè una trebbia per eseguire con essa la separazione del grano dalla paglia.

Ora cresciutami da vero la mia provvigione di grano, sentiva il bisogno d’ingrandire i miei granai; perchè i miei campicelli m’aveano