Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/185

Da Wikisource.

robinson crusoe 155


perdute tutte le speranze ch’io avea riposte nella scialuppa, cresceva in me, anzichè diminuire, il desiderio d’avventurarmi verso la terra comparsami innanzi, e crescea con tanta maggior forza quanto più impossibile ne apparivano i mezzi.

Finalmente cominciai a fantasticare se vi fosse modo di fabbricarmi da me un canotto o piroga, quali sanno cavarli da un grosso tronco d’albero i nativi di questi climi ancorchè senza stromenti, o, potrebbe quasi dirsi, senza l’aiuto delle mani. Non solamente io pensava possibile una tal cosa, ma la ravvisava facile, e mi compiaceva che me ne fosse nata l’idea, tanto più ch’io avea per mandarla ad effetto maggiori comodi di quanti ne avessero i Negri o gl’Indiani. Ma non considerava poi i particolari svantaggi cui era esposto io assai più degli Indiani: siccome quello di non aver aiuti per varare, allorchè fosse costrutto, il mio naviglio, difficoltà ben più aspra a superarsi per me che non fosse per essi la mancanza di stromenti; perchè, che cosa mi sarebbe giovato se dopo avere trovato fuori il mio albero, dopo averlo con grande fatica atterrato, dopo aver saputo co’ miei stromenti piallare e ridurre l’esterno di esso alla forma acconcia di una scialuppa, dopo averlo reso concavo o col fuoco o col mezzo di ferri da taglio, tanto che fosse una vera scialuppa, se dopo tutto ciò fossi stato costretto a lasciarla dov’era per non essere buono a lanciarla nell’acqua?

Ognuno s’immaginerà che se una tale considerazione mi si fosse affacciata sol menomamente nell’atto di accignermi alla costruzione di questa scialuppa, avrei subito e prima d’ogn’altra cosa pensato al modo di vararla; ma io era sì preoccupato dall’idea del mio viaggio che non pensai una sola volta a questa bagattella: al modo di staccare tal mia scialuppa da terra. E sì, per la natura stessa della cosa, doveva vedere essermi più facile il farle fare quarantacinque miglia di mare quando ci si trovasse, che quarantacinque braccia di terra per ismoverla di lì tanto che andasse a galleggiare su l’acqua.

Misi dunque mano a questo lavoro il più pazzo cui siasi mai accinto un uomo che non sognasse. Io m’applaudiva sul mio disegno senza nemmeno esaminare debitamente se fossi abile ad imprenderlo. Non è già che spesse volte, durante il lavoro stesso, non mi si presentasse al pensiere la difficoltà di lanciare in acqua il mio bastimento; ma imponeva tosto silenzio a tali perplessità con la matta