Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/197

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potuto dirlo, col medesimo Dio mediante la preghiera, se questo conversare non valesse meglio dei massimi diletti del consorzio sociale.

Oltre alle narrate cose, non potrei ricordarne altra che una straordinaria avvenutami durante questi cinque anni di mio soggiorno nell’isola. Lo stesso fu sempre il mio tenore di vita, gli stessi come dianzi i luoghi da me abitati o visitati; gli stessi i miei principali lavori di ciascun anno: la piantagione del mio orzo e del mio riso, la coltivazione delle mie uve, de’ quali ricolti io mi tenni in misura per averne sempre la mia provvigione anticipata da un anno all’altro; le stesse mie giornaliere gite alla caccia, non potrei, dissi, citare altre cose straordinarie se, dopo la prima inutile prova, non mi avesse continuamente tenuto in faccende il desiderio di fabbricarmi una piroga che mi potesse servire; intento che finalmente ottenni, come pur l’altro di scavare un canale largo sei piedi, profondo quattro che condusse la nuova navicella in mare per traverso a circa un mezzo miglio. Chè quanto all’altra piroga, smisuratamente enorme quale io l’avea fabbricata senza badarvi meglio, come avrei dovuto fare, anche ammessa la possibilità di vararla; quanto all’altra piroga, non essendo io mai stato in grado nè di condurla nell’acqua, nè di condurre l’acqua contr’essa, fui costretto a lasciarla dov’era, a guisa d’una memoria che m’insegnasse ad essere più saggio una seconda volta; e la seconda volta di fatto, ancorchè non mi riuscisse trovare l’albero adatto al mio disegno, nè una posizione men lontana di mezzo miglio, come ho detto, dall’acqua, pure vedendo che il lavoro era fino ad un certo grado possibile, non ne abbandonai mai affatto il pensiere; e benchè fossero circa due anni dacchè io m’affaticava ad uno stesso proposito, non mi dolsi mai della mia fatica con la speranza di aver finalmente un naviglio per mettermi in mare.