Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/22

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Per accorciare questa trista parte della mia storia, facemmo come tutti i marinai: il punch fu apparecchiato, io m’ubbriacai, e negli stravizzi di quell’unica notte affogai tutto il mio pentimento, tutte le mie considerazioni su la mia passata condotta, tutti i miei fermi propositi per l’avvenire. In una parola, appena il mare fu tornato alla sua uniformità di superficie ed alla sua prima placidezza col cessare della procella, cessò ad un tempo lo scompiglio de’ miei pensieri; le mie paure di rimanere inghiottito dalle onde furono dimenticate, e, trasportato dalla foga degli abituali miei desideri, mi scordai affatto delle promesse e dei voti fatti nel momento dell’angoscia. Mi sopravvennero, non lo nego, alcuni intervalli di considerazione e di seri pensieri, che a volta a volta m’avrebbero persuaso a tornarmene addietro; ma io facea presto a scacciarli come malinconie da non farne caso, ed a furia di bevere coi compagni, giunsi a rendermi padrone di questi tetri accessi di demenza, perchè io li chiamava così, affinchè non tornassero; di fatto in cinque o sei giorni riportai tal compiuta vittoria su la mia coscienza, qual può desiderarla ogni giovine spensierato che si risolva a non voler lasciarsi disturbare da essa.

Pure soggiacqui tuttavia ad un’altra prova che avrebbe potuto farmi ravvedere, perchè la Providenza, come fa generalmente in simili casi, avea risoluto di lasciarmi affatto privo di scuse; e da vero, ancorchè non avessi voluto ravvisare un salutare avvertimento nella prima, la seconda doveva esser tale, che il peggiore e l’uomo di cuor più duro fra noi, non potea non confessare il pericolo e ad un tempo la grandezza della divina misericordia.