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Timore di selvaggi sbarcati nell’isola.



Permettetemi il farvi osservare che ora io aveva, come posso chiamarle, due abitazioni nell’isola. Una, la mia piccola fortificazione o tenda con la sua palizzata all’intorno, protetta dal monte, con una grotta scavata nel monte stesso, la quale in questo intervallo io aveva ampliata di separati spartimenti o più piccole grotte comunicanti l’una con l’altra. Una di queste, la più asciutta e vasta che aveva una porta al di là della palizzata, cioè oltre al sito ove la palizzata stessa si univa col monte, era tutta piena di lavori di terra cotta, dei quali ho già dato conto, e di quattordici o quindici grandi canestri della capacità di cinque o sei moggia ciascuno, entro cui teneva le mie provvigioni, specialmente il mio grano, parte in spighe tagliale dallo stelo, parte sgranato con le mie mani.

Quanto alla mia palizzata fatta, come sapete, di lunghi stecconi o pali, questi erano tutti cresciuti a guisa d’alberi, e venuti a tanta grossezza ed estensione di frasche, che non v’era a qual si fosse occhio veggente la menoma apparenza di abitazione dopo di essi.

Presso a questa mia casa, ma un po’ più in dentro nell’isola e su terra più bassa, giacevano i miei due campi ch’io manteneva debitamente coltivali e seminati, e che debitamente mi produceano buoni ricolti alla loro stagione. Pel caso poi ch’io volessi seminare maggior quantità di grano aveva ancora un altro pezzo di terra annesso ai campi indicati.

Inoltre era la mia casa di campagna divenuta anch’essa una ragionevole abitazione; perchè primieramente il mio piccolo frascato, chè io lo chiamava così, lo teneva sempre in buon ordine, vale a dire