Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/227

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robinson crusoe 189


perdere di vista la terra. Ma fu questo il tempo in cui mi si offerse una scena del tutto nuova nella mia vita.

Accadde un giorno sol meriggio, che mentre io andava a visitare la mia piroga, fui oltre ogni credere sorpreso dalla veduta impronta d’un ignudo piede umano, manifestamente stampato sopra la sabbia. Rimasi stupefatto come ad un improvviso scrosciare di folgore, o come alla vista di una soprannaturale apparizione. Mi posi in ascolto, guardai dintorno a me, ma non potei udire nulla nè veder cosa alcuna; salii sopra una eminenza per osservare più da lontano; tornai a trasferirmi alla spiaggia, tornai nell’interno, ma fu lo stesso: non potei vedere altra impronta fuor quella che avea veduta dianzi. Venni di nuovo sul medesimo luogo per assicurarmi se ve ne fossero altre, o se anche fosse stato qualche inganno della mia fantasia; ma inganno non ci poteva essere, perchè tornai a vedere fuor d’ogni equivoco l’impronta delle dita, del calcagno, in somma di ciascuna parte d’un piede: come ci fosse venuta, nè lo seppi allora nè potei menomamente immaginarlo. Dopo mille incerti pensieri, affatto confuso e divenuto come un uomo fuor di sè stesso, me ne tornai alla mia abitazione principale non sentendo, come si suol dire, la terra su cui camminava ed indicibilmente atterrito; guardandomi dietro ad ogni due o tre passi, persuaso veder uomini in ogni macchia, fra ciascun albero, credendo voce d’uomini ogni strepito che udiva in distanza. Non è possibile il descrivere sotto quali svariate forme la mia spaventata fantasia mi rappresentasse gli oggetti, quante orride immagini si dipingessero ad ogni istante nella mia mente, quante stravaganti inenarrabili congetture formasse per conseguenza il mio atterrito pensiere.

Quando fui alla fortezza (chè credo d’allora in poi aver chiamata sempre così la mia prima casa), ci saltai dentro a guisa di uomo inseguito; se ci fossi entrato giovandomi della scala che mi era fatta prima, o se per l’apertura da me fatta nel monte a cui dava il nome di porta, non posso ricordarmelo, e nemmeno potei ricordarmene nella mattina che seguitò; perchè non mai lepre spaventato fuggì al suo covo, o volpe cacciata si rintanò sotterra con maggior paura di quella che m’accompagnò al mio ricovero.

Non chiusi occhio in tutta la notte; più lontano era dalla scena del mio spavento, maggiori in me si faceano le paure dell’istante. Ciò parrebbe alquanto in contraddizione con la nature delle cose, e