Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/242

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Rimasi sì attonito all’orrida vista, che non pensai più al pericolo di me stesso per un lungo tratto di tempo. Tutti i miei timori erano soffocati dal pensare a tanto eccesso d’inumana infernale brutalità, dall’orrore di tanta depravazione della natura dell’uomo. Di questa depravazione aveva udito parlare più volte, ma non mi stette mai dinanzi gli occhi siccome in tale momento; il mio stomaco ne fu rivoltato; era sul punto di svenire quando la natura permise che un vomito di straordinaria violenza lo alleviasse; mi sentii alcun poco ristorato, benchè non fossi capace di rimanere ivi un istante di più; raggiunsi con la maggiore speditezza possibile la mia altura, e di m’affrettai alla volta della fortezza.

Appena mi vidi alcun poco lontano da quella parte dell’isola, mi fermai un istante per riavermi dal mio stordimento, e rinvenuto alquanto volsi uno sguardo al cielo col massimo fervore dell’anima mia e con gli occhi inondati di lagrime. Ringraziai Dio d’avermi fatto nascere in tal parte del mondo, ove era affatto segregato da così orribili creature; lo ringraziai perchè, quantunque io avessi giudicata miserabilissima la presente mia condizione, mi fu largo di tanti ristori per sopportarla, ch’io avea tuttavia più motivi di esserne lieto che di dolermene; soprattutto gli resi grazie perchè anche in questo deplorabile stato mi area concesso il conforto del riconoscimento di lui e della speranza delle sue benedizioni, felicità assai maggiore a tutte le calamità che aveva sofferte o che fossi per soffrire.

Compreso di tali affetti di gratitudine, me ne tornai alla mia fortificazione ove, rispetto alla mia sicurezza, cominciai ad essere confortato più che nol fossi stato giammai; e ciò per aver notato che quegli sciagurati non venivano mai a quest’isola in cerca di quanto vi avrebbero potuto trovare; forse non desiderosi, non bisognosi, non sospettando di potervi essere alcuna cosa che loro aggradisse: furono, non ne dubito, parecchie volte ne’ luoghi più boscosi di essa, nè vi trovarono nulla che facesse al loro proposito. Pensava che era qui omai da quasi diciotto anni prima di vedere il menomo vestigio di creatura umana, e che avrei potuto viverne altri diciotto affatto ignorato, come era stato insino ad ora, quando mai non mi scoprissi ad essi io medesimo, il che certo non mi poteva occorrere; perchè mia prima cura era di tenermi affatto nascosto nel mio confine, semprechè non mi si presentasse una razza di creature migliori dei cannibali per darmi loro a conoscere, Ciò non ostante tal si era l’orrore