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candele della mia fabbrica, perchè ne faceva ora di eccellenti con sego di capra; solamente mi era difficile il fornirle di lucignolo, al qual fine io mi giovava talvolta di cenci o di corda sfilala e talvolta ancora di gambi d’erba salvatica somigliante all’ortica. Giunto al sito più basso e messomi carpone, come già dissi che bisognava fare per camminar ivi, m’innoltrai circa dieci braccia: nel che mi parve di dare una prova di coraggio assai bella, pensando che io non sapea nè ove quell’apertura si dirigesse, nè che cosa fosse al di là. Superata questa stretta mi trovai sotto una specie di vôlta più alta, distante, cred’io, da terra venti piedi dal più al meno; nè poteva ammirarsi, ardisco dirlo, una più splendida vista in tutta l’isola, siccome la presentavano girando gli occhi da tutti i lati le pareti e la vôlta di quella grotta o caverna, che riflettevano cento mila raggi di luce dalle mie due sole candele. Se l’origine di tali splendori venisse da diamanti o altre preziose gemme, o piuttosto da lamine d’oro, come inchino a credere, non seppi definirlo. Certamente il luogo ove mi trovai, era il più delizioso speco che si potesse sperare, benchè immerso affatto nelle tenebre; liscio ed asciutto erane il pavimento, coperto di piccioli ciottoli di ghiaia staccati l’uno dall’altro, pur fitti in modo da non permettere il passaggio a rettili nauseosi e venefici; niuna sorta di umidità stillava dalle pareti o dalla vôlta; tutta la difficoltà consistea nell’ingresso, ed era questo un vantaggio per me che andava appunto in traccia d’un luogo di sicurezza e d’un asilo di simil genere. Di fatto grandemente rallegratomi della mia scoperta, venni senza indugio nella risoluzione di trasportar quivi alcune fra le cose che m’aveano fatto più desideroso di un tale rifugio. Furono tra queste il mio magazzino della polvere e le mie armi da fuoco, cioè due moschetti da caccia, perchè ne aveva tre in tutto, e tre archibusi de’ quali ne possedeva otto; e ne lasciai sol cinque nella mia fortezza sempre allestiti come pezzi di cannone nell’interno della mia seconda palizzata ed atti ad essere trasportati in caso di una spedizione.

In questa traslocazione della mia armeria mi accadde di aprire quel barile di polvere raccolto dal mare, e che avea preso l’acqua. Trovai che questa era sol penetrata tre o quattro pollici all’incirca entro la polvere, onde da tutti i lati avea formata una pasta che, venuta dura, salvò dal guastarsi la rimanente, siccome mandorla serbata entro il suo guscio, e n’ebbi pertanto presso a sessanta