Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/268

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darsi (io fantasticava fra me stesso) che, postisi in mare con la scialuppa, e trascinati dalla corrente entro cui corsi io tanto rischio in passato, fossero stati trasportati nel grande oceano, ove non potessero più aspettarsi che stenti e sciagure, e quella forse di essere ridotti dalla fame all’orrida condizione di mangiarsi l’un l’altro.

Poichè queste non erano tutt’al più se non congetture, nello stato mio io non aveva a far meglio che contemplare la miseria di quegli infelici e compassionarli, cosa che produceva per altro un buon effetto su me: il porgermi un motivo di rendere vie più e vie più grazie al Signore, che nella desolata mia posizione m’avea si ampiamente provveduto di soccorsi e di conforti; che fra le vite degli uomini di due vascelli naufragati in questa remota parte di mondo avea risparmiata unicamente la mia. Qui ancora ebbi una nuova ragione per osservare come sia cosa rarissima che la provvidenza di Dio nè lasci sprofondare in una condizione di vita sì abbietta, sì miserabile da non vedere in essa una particolarità o vero un’altra, di cui dobbiamo essere grati al Signore; in una condizione si deplorabile da non lasciarci scernere il confronto di condizioni deplorabili anche di più. Tal fu certo quella de’ naviganti di cui si parla ora, e la salvezza de’ quali è sì dubbia, che non so trovare congettura per crederla fuor di una sola (e sarebbe piuttosto un desiderio o una speranza) che fossero stati cioè raccolti da un vascello venuto in lor compagnia; e ciò era da vero una mera possibilità, perchè non m’accorsi del menomo segno che desse apparenza di ciò.

Non ho bastante eloquenza per esprimere quale strana ansia di desideri io sentissi nella mia anima a tale vista, ansia che si disfogava talvolta con queste parole: «Oh! vi fosse stata in quel vascello una o due creature, anzi bastava una sola salva, che avesse trovato un rifugio presso di me! Avrei avuto un compagno, un mio simile che mi avrebbe parlato, col quale potrei conversare!» In tutto il tempo della solitaria mia vita non ho mai sentito un sì fervido, un sì forte desiderio della società de’ miei simili, e un sì profondo cordoglio perchè ne mancava.

Havvi certe molle segrete de’ nostri affetti che, quando son mosse da qualche obbietto presente o, se non presente, fatto tale dalla forza dell’immaginazione, traggono la nostra anima in un sì forte turbamento, la comprendono sì gagliardemente, che l’assenza dell’obbietto stesso ne diviene un male insoffribile: erano tali gli ardenti miei