Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/27

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robinson crusoe 15


chiamata io mi mossi; e andato alla tromba lavorai col massimo buon volere. Mentre ciò si stava facendo, il capitano vedendo alcuni leggeri palischermi che impotenti a difendersi dalla burrasca e costretti ad abbandonarsi in balía dell’onde non poterono avvicinarsi a noi per soccorrerci, comandò si sparasse il cannone come segnale di disastro. Io, ignorando affatto che cosa questo significasse, rimasi sì sbalordito, che m’immaginai fosse naufragata la nave o avvenuto qualche altro spaventevole caso. Non vi dico altro: il mio atterrimento fu tale, che caddi svenuto. Poichè quello era un momento in cui ciascuno faceva abbastanza se pensava alla propria vita, non vi fu chi mi badasse o cercasse che cosa mi fosse avvenuto. Un altro uomo venne in mia vece alla tromba, e spintomi da una banda con un calcio, mi lasciò lì, credendo che fossi morto; ci volle un gran tempo prima ch’io ricuperassi i miei sensi.

Continuammo a lavorare; ma crescendo sempre l’acqua nella stiva, tutte le apparenze mostravano che la nave fosse per affondarsi; e se bene il temporale cominciasse un poco a rimettersi, non si vedeva una possibilità che essa stesse a galla quanto tempo bastava per entrare in porto; onde il capitano continuò ad ordinare gli spari soliti a farsi in tali circostanze per domandare soccorso. Un bastimento leggero che stava all’âncora dinanzi a noi, si arrischiò a spedirci una barca. Non senza grave pericolo questa si avvicinò alla nostra nave; ma nè a noi era possibile il lanciarci a bordo di essa, nè a quella il venire rasente al fianco del nostro legno pericolante. Finalmente quei navicellai vogando di tutto cuore, e avventurando le proprie vite per salvar le nostre, ci furono tanto a tiro che i nostri marinai da star su la poppa gettarono in mare una corda col segnale galleggiante attaccato in fondo di essa; poi la filarono a tanta lunghezza che i navicellai della barca opposta, non senza grande fatica e pericolo, l’attaccarono ad essa, onde potemmo tirare la navicella a tanta vicinanza con la nostra poppa che ne riuscì a tutti il gettarvici entro. Poichè fummo nella barca non conveniva nè ad essi nè a noi il raggiungnere la loro nave; quindi ognuno convenne di lasciarla costeggiare, e di non pensare ad altro che a vogare più che si potea verso la riva. Il nostro capitano promise loro che se la barca vi si fosse rotta contro, ne avrebbe rifatti i danni al proprietario; così, parte remigando, parte abbandonandoci alla marea verso tramontana, la barca arrivò di sghembo quasi vicino a Winterton-Ness.