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il giusto senza la divina rivelazione. In secondo luogo ci vediam ridotti al silenzio, ove pensiamo che essendo tutti noi creta nelle mani dal vasaio, niun vaso ha il diritto di chiedergli: Perchè mi hai formato così?» Ma torniamo al mio nuovo compagno.



Educazione di Venerdì.



Lieto oltremodo di questo mio nuovo compagno, era tutto inteso a renderlo destro e atto ad aiutarmi; soprattutto a farlo parlare ed intendere quando io parlava. Egli era da vero la miglior pasta di scolaro che sia stata mai, e singolarmente di sì buon umore, d’una diligenza tanto costante, sì contento quando giugneva a capirmi o a farsi capire da me, che era un grande diletto ad ammaestrarlo. Ora la mia vita cominciava a divenire sì piacevole che cominciava a dire: «Se potessi assicurarmi che non venissero più selvaggi, non m’importerebbe nulla di partire da quest’isola sinchè vivo!»

Dopo due o tre giorni ch’era tornato nella mia fortezza, pensai che per isvogliare affatto Venerdì degli orridi suoi appetiti di cannibale, avrei dovuto fargli assaggiare carni diverse da quelle cui sciaguratamente era avvezzato. Una mattina pertanto lo condussi meco ai boschi. Io andava veramente con intenzione di ammazzare un capretto della mia greggia e portarmelo a casa per cucinarlo; ma camminando vidi una capra salvatica che stava all’ombra con a lato i suoi due capretti. Feci fermare Venerdì: «Alto là! gli diss’io, non ti movere!» e immediatamente presa la mira e sparato il mio archibugio, stesi morto uno dei due capretti. Quel povero selvaggio che dianzi m’avea veduto, veramente in distanza, uccidere il selvaggio suo nemico, ma non seppe o non potè immaginare come ciò fosse