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Fece occhi instupiditi a tale proposta, e credo fosse perchè quella navicella gli sembrava troppo piccola per una traversata sì lunga.

In fatti gli soggiunsi che ne aveva una più ampia; e nel giorno seguente lo condussi laddove giacea la prima barca che fabbricai senza riuscire a vararla. Questa gli parve grande abbastanza; ma c’era un altro guaio: rimasta quivi da ventitrè o ventiquattro anni, e non me ne avendo io preso veruna cura, il sole l’area sconnessa e inaridita sì, che potea quasi dirsi andata a male. Venerdì ciò non ostante m’assicurò che quel la barca potea portare grande quantità di pane, di beveri e di cibori, parole del suo dizionario.

In somma io era allora sì fermo nel mio divisamento di andare con lui al continente, che gli dissi:

— «Con questa no, ma una simile a questa la fabbricheremo e dentro essa ve ne tornerete a casa.»

Non rispose una parola, ma si fece serio e malinconico. Gli chiesi che cosa avesse, ed egli chiese a me:

— «Per che cosa in collera con Venerdì? Che cosa avervi fatto?

— Io non sono niente in collera con voi.

— Non in collera! non in collera! Perchè dunque voler mandare Venerdì a suo paese?

— Ma non vi auguravate voi stesso di esservi?

— Sì, augurare esservi tutt’e due; non augurare Venerdì là e padrone qui!»

In una parola non voleva intenderla di partire senza di me.

— «Io andar là, Venerdì! a far che?

— A far che? mi rispose con la massima vivacità. A far bene grande! A far buoni e mansueti uomi selvaggi! A far loro conoscere Dio, pregar Dio e vivere vita nuova!

— Oh Dio! Venerdì, tu non sai quel che tu dica. Non sono nulla meglio d’un ignorante io medesimo.

— Mai più! Voi aver insegnato me il bene; insegnare il bene loro!

— No, no, Venerdì; andrete senza di me; lasciatemi vivere qui solo, come ho fatto in passato.»

Rimase confuso non si può dir quanto all’udire questa dichiarazione; poi tratto a mano un de’ coltelli ch’era solito portare, me lo presentò.

— «Che cosa ho a farmi di questo coltello? gli chiedo.

— Ammazzar Venerdì!