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tre altri de’ loro compagni. Voltomi a Venerdì, gli dissi di correre e far fuoco sopra costoro. Mi capì subito, e prese una corsa di circa quaranta braccia per averli più a tiro; sparò contr’essi, e credei gli avesse uccisi tutti, perchè li vidi cadere in mucchio entro alla barca; ma notai poco dopo che due di questi si rialzarono: due altri certo gli uccise, e ferì sì bene il terzo che rimase come morto in fondo al canotto.

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Mentre il mio Venerdì facea fuoco su questo, io, tratto a mano il mio coltello da caccia, tagliava i legami che stringevano lo sfortunato paziente. Dopo averlo sciolto, lo alzai da terra e gli chiesi in lingua portoghese chi fosse. Christianus, mi rispose; ma era sì debole ed estenuato, che poteva appena parlare o reggersi su le sue gambe. Toltomi di tasca il mio fiaschetto di rum, gliene diedi alcun poco pregandolo a cenni che ne bevesse; e così fece e mangiò un pezzo di pane che parimente gli offersi. Gli chiesi allora di qual paese fosse: mi rispose che era spagnuolo; ed essendosi alquanto riavuto, mi diede tutti i possibili contrassegni della gratitudine che mi professava per la sua liberazione.

— «Senor, gli dissi accozzando insieme quelle poche parole spagnuole che seppi, avremo tempo di parlare; ma or bisogna pensare