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Banchetto e consiglio di Stato.



La mia isola adesso era popolata, ed io mi reputava ricco di sudditi, onde una delle comiche idee che sovente mi passò per la testa, si fa quella di paragonarmi ad un re. Prima di tutto l’intera isola mi apparteneva in assoluta proprietà, ed avea un indubitato diritto di dominio sovr’essa. In secondo luogo il mio popolo mi era pienamente subordinato; io ne era assoluto signore e legislatore. Ciascun suddito m’andava debitore della libertà, e ciascuno avrebbe di buon grado sagrificata per me, se fosse stato d’uopo, la sua propria vita. Era in oltre una cosa degna di esser notata, che fra tre sudditi su cui si estendeva il mio impero, ciascuno professava una religione diversa: il mio servo Venerdì era protestante, suo padre pagano e in oltre cannibale, lo Spagnuolo un papista; io per altro concedeva piena libertà di coscienza in tutto il mio regno. Ma sia detto ciò di passaggio.

Appena ebbi provveduti di ricovero e di letto i prigionieri da me liberati, cominciai a pensare al loro mangiare; onde la prima mia cura fu quella di ordinare a Venerdì che, preso dal mio ovile un capretto d’un anno, nè del tutto da latte nè affatto caprone, lo macellasse. Intantochè io ne tagliava i quarti di dietro facendoli in minori pezzi, comandai a Venerdì di apparecchiarne il nostro lesso ed arrosto, il che mi fornì, ve ne do parola io, un eccellente banchetto; e poichè tutta questa cucina era stata fatta fuori di casa, chè sotto al coperchio interno del mio tetto non accendeva mai fuoco, portai tale imbandigione sotto la nuova tenda, ove avendo preparata una tavola per gli ospiti, mi assisi ad essa ancor io, e pranzando in loro compagnia cercai di fare alla meglio i convenevoli della mensa e di tenerli lieti. Venerdì era il mio interprete, massime con suo padre; ma da vero ce n’era bisogno anche con lo Spagnuolo che s’era avvezzato a parlare perfettamente la lingua de’ selvaggi.