Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/346

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male per farli cadere in un altro. Sapete come i figli d’Israele, ancorchè contentissimi su le prime della loro fuga dall’Egitto, in appresso si ribellassero contro allo stesso Dio che gli avea liberati, quando mancarono di pane nel deserto.»

La sua antiveggenza era sì a tempo, il suo consiglio cotanto saggio, che non potei non abbracciarlo e non esser grato alla candidezza dell’animo di chi mi pose tali avvertenze dinanzi agli occhi. Ci demmo dunque tutti quattro a vangare indefessamente per quanto gli stromenti di legno, ond’eravamo forniti, ce lo permisero. In un mese circa di tempo avevamo già preparato e dissodato tanto terreno, quanto ci volea per seminarvi venti moggia d’orzo e sedici orci di riso: tutto quel grano in somma che potemmo risparmiar da semenza. E da vero ce ne rimase appena pel nostro vitto giornaliero in tutti i sei mesi che dovemmo aspettare il nuovo ricolto; dico sei mesi computando entro essi il tempo della semenza messa in disparte, perchè non è da immaginarsi che sotto questi climi ella rimanga in terra sì lungo tempo.

Adesso aveva società quanta potea bastarmi, ed eravamo in sufficiente numero per mandar via ogni paura di selvaggi, quando non ne fosse sbarcata una masnada ben grande; laonde giravamo in lungo ed in largo l’isola secondo le occorrenze che ci capitavano. Siccome poi l’idea del nostro prossimo viaggio stava nella mente di tutti, era impossibile che quella dei mezzi d’intraprenderlo sfuggisse un momento dalla mia. Laonde, contrassegnati parecchi alberi che mi sembrarono al caso mio, mandai Venerdì e suo padre ad abbatterli; pregai indi lo Spagnuolo che aveva messo a parte de’ miei divisamenti, a vegliare e dirigere il loro lavoro. Dopo aver mostrato ad essi, non senza incredibile disagio, come fossi riuscito a ridurre un grosso albero in semplici assi, dissi loro di fare lo stesso; nè andò guari che erano venuti a capo di farmene circa una dozzina di buona quercia, larghe quasi due piedi, lunghe trentacinque braccia e grosse fra i due ed i quattro pollici: vi lascio immaginare che tremenda fatica un tal lavoro costasse.

Nello stesso tempo m’adoperai più che potei ad aumentare il mio ovile di capre domestiche; al qual fine io mandava attorno un dì lo Spagnuolo e il padre di Venerdì, un altro andava io con Venerdì (perchè ci davamo la muta): diligenza che ci fruttò una ventina circa di capretti di più da allevare col restante della greggia; perchè