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non ammazzavamo mai col moschetto una capra che non procurassimo di salvare i suoi lattanti.

Soprattutto, giunta la stagione della mia vendemmia, feci mettere a seccare al sole sì prodigiosa quantità d’uva, che se fossimo stati ad Alicante ove si fa tanto spaccio di zibibbo, avremmo, cred’io, potuto empirne sessanta o ottanta barili. Queste uve che col nostro pane formavano la maggior parte del nostro cibo, erano, ve ne accerto io, un buon mangiare e salubre, perchè nutriscono quanto mai.

Venuto il tempo della mietitura, il nostro ricolto era in buono stato: non dirò il più abbondante ch’io m’abbia fatto nell’isola, ma bastante per corrispondere alle mie mire; perchè di ventidue moggia d’orzo che avevamo seminate, nè tirammo a casa e trebbiammo duecento venti circa; e lo stesso in proporzione si dica del riso: provvigione oltre al bisogno del nostro sostentamento quand’anche in quel punto avessi avuti i sedici Spagnuoli sopra la spiaggia; o bastantissima, se fossimo stati lesti per imbarcarci, a vettovagliare il nostro legno per condurci in qualunque parte del mondo, intendo dell’America. Poichè avemmo così posto a coperto il nostro ricolto, ci ponemmo a fabbricare molta copia d’arnesi di vimini: vale a dire canestri entro cui custodirlo. Per tal sorta di lavoro lo Spagnuolo

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