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A tre ore in circa dopo mezzogiorno ci trovammo sotto il suo tiro; ma per isbaglio portò l’assalto all’anca anzichè alla poppa della nostra

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nave, com’egli si credea; laonde noi puntammo otto dei nostri cannoni da quella banda, e gli demmo tal fiancata che lo costrinse a fuggire dopo avere contraccambiato il nostro fuoco con la moschetteria di circa duecento uomini ch’egli aveva a bordo, senza per altro toccare uno dei nostri; perchè ci eravamo tutti ben riparati. Dopo di ciò si dispose ad assalirci di nuovo, come noi a difenderci; ma questa seconda volta venendo all’arrembaggio su l’altra anca del nostro vascello, vi lanciò sul ponte sessanta uomini che immantinente spezzarono le vele, e misero fuor d’uso gli attrezzi della nostra nave. Noi li noiammo con moschetti, mezze picche e granate in guisa che per due volte gli scacciammo e schiarimmo il nostro ponte. Ciò non ostante, per far corta questa malaugurata parte della mia storia, essendo disalberata affatto la nostra nave e tre de’ nostri marinai uccisi, otto gravemente feriti, fummo costretti ad arrenderci: e tutti ci vedemmo trasportati a Said, porto spettante ai Mori.

Il trattamento che trovai quivi non fu tanto spaventoso, quanto io aveva temuto; nè fui condotto, come il rimanente de’ nostri, alla corte dell’imperatore, ma tenuto qual sua propria preda dal capitano del legno corsaro; chè trovandomi e giovine e snello, e assai adatto ai suoi bisogni, mi volle suo schiavo. A tal sorprendente cambiamento de’ casi miei, al vedere trasformata la mia condizione di mercante in quella di abbietto schiavo, rimasi come percosso dalla