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folgore, e rimembrai le parole profetiche di mio padre: Tu sarai miserabile, e non avrai alcuno che corra in tuo scampo: la qual profezia io credeva avverata ad un punto di cui non potesse immaginarsi il più tristo; io credea che la mano di Dio mi avesse percosso oltre ad ogni possibile limite; io mi vedea perduto senza riscatto; ma ohimè! ciò non era se non un preludio della miseria cui soggiacqui in appresso, come apparirà dalla continuazione di questa mia storia.

Poichè il mio padrone mi aveva preso in sua casa, io sperava che m’avrebbe tolto in sua compagnia corseggiando di nuovo e che, una volta o l’altra, il suo destino sarebbe stato quello di esser fatto prigioniero da qualche nave da guerra portoghese o spagnuola: io vedeva in ciò un raggio di futura mia liberazione. Ma questa mia speranza dovè cessare bentosto, perchè quand’egli si rimise in mare, mi lasciò su la spiaggia per custodirgli il suo piccolo giardino, e dedicarmi alle solite fatiche di schiavo nella sua casa; quando tornò dal suo corseggiare, mi pose nella camera del suo legno corsaro per farvi la guardia.

Quivi non meditava ad altro che alla mia fuga, e al modo di mandarla ad effetto; ma non trovava un espediente che avesse nemmeno la probabilità di riuscita. Nulla si presentava che mostrasse almen ragionevole questa mia idea; non un solo al quale potessi comunicarla per indurlo ad imbarcarsi con me; non un compagno di schiavitù, non un Inglese, non un Irlandese, non uno Scozzese; per due anni dunque, se bene mi andassi pascendo sovente di tal mia immaginazione, non ebbi mai la menoma speranza che mi confortasse di poterla mettere ad effetto.

Dopo circa due anni avvenne un singolare caso che mi tornò con maggior forza nella mente l’antica idea di fare uno sforzo per la mia libertà. Il mio padrone da qualche tempo rimaneva in casa più del solito senza far allestire per veruna corsa il suo legno corsaro, la qual cosa, come udii, gli derivava da mancanza di danaro. Intanto per diportarsi, avea presa l’usanza, due o tre volte la settimana, e più spesso se il tempo era bello, di entrare nello scappavia del suo legno corsaro, e di recarsi su quelle acque alla pesca. Poichè prendea sempre seco me ed un giovine moresco ad uso di rematori, noi lo tenevamo molto allegro, tanto più ch’io mi mostrai molto destro nel pigliare il pesce, onde qualche volta spediva me con un Moro