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robinson crusoe 351


Prodezza di Venerdì.



Come non vi ho annoiato con verun giornale de’ miei viaggi marittimi, così vi risparmierò la molestia di qualsiasi giornale dei miei viaggi per terra; pure non posso tralasciare alcune avventure, che ne occorsero in questa noiosa e difficile traversata.

Giunti a Madrid, ed essendo la Spagna un paese affatto nuovo per ciascuno di noi, avremmo voluto fermarvici qualche tempo per vedere quella corte, e quanto era quivi meritevole d’osservazione; ma incamminandosi al suo finire la state, ci affrettammo a partire di lì verso la metà di ottobre. Arrivati ai confini della Navarra, fummo scoraggiati nelle diverse città che incontravamo lungo il cammino, dai racconti della sterminata copia di neve caduta su le montagne che guardano la Francia; di che più d’un viaggiatore si era veduto costretto a tornare addietro a Pamplona dopo avere tentato indarno, e ad estremo pericolo, di superare que’ passi.

Venuti a Pamplona, trovammo che la cosa era propriamente come ce l’avevano raccontata. A me poi avvezzo a climi ardenti ed a paesi ove poteva a fatica portare vestiti di sorta alcuna, quel freddo sembrava insopportabile. Nè da vero era cosa men penosa che sorprendente il venir via, sol dieci giorni prima, dalla Castiglia Vecchia, ove l’atmosfera è non solamente temperata, ma caldissima, e trovarsi d’improvviso esposti ai venti de’ Pirenei sì acuti, sì orridamente freddi, sì intollerabili, che n’avevano renduti assiderati e condotti a temere di perdere le dita delle mani e dei piedi.

Il povero Venerdì si trovò sgomentato da vero quando vide i monti tutti coperti di neve e sentì assai bene il rigore del freddo: egli che non aveva mai veduto neve, nè patito freddo in sua vita. Non vi dirò altro, se non che quando fummo a Pamplona continuava a nevicare