Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/434

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Poichè mia moglie non era più, mi pareva una stravaganza il mondo che stavami attorno. Al veder che io era straniero in esso come fui nel Brasile la prima volta che vi approdai, che io era solo (se si eccettui l’aver gente che mi serviva) come fui nella mia isola, non sapeva nè che cosa pensare nè che cosa fare. Guardava all’intorno di me; vedeva gente affaccendata: in che cosa? Parte lavorando per accattarsi il pane, parte scialacquando il proprio, ora immersa in vergognose sregolatezze, ora intenta a procacciarsi vani diletti: infelici gli uni e gli altri, perchè fuggiva dinanzi a loro il fine che si prefiggevano. Gli spensierati, stracchi dai medesimi loro vizi, s’affaticano per far cumulo d’affanni e di pentimenti; gli uomini dediti al lavoro si sbracciano all’intorno di quel pane che mantiene in essi le forze vitali per tornarsi a sbracciare, posti in una giornaliera altalena d’angosce e vivendo per lavorare e lavorando per vivere, come se il pane giornaliero fosse il solo fine di una vita stentata, ed una vita stentata il solo mezzo di procacciarsi il pane giornaliero.

Ciò tornommi a mente la vita ch’io conducea nel mio regno, allorchè in quella deserta isola io non faceva nascere più d’una data quantità di grano, perchè non me ne bisognava di più; non allevava una maggior copia di capre, perchè del superfluo di esse non avrei saputo che farmi, intantochè il mio danaro, stando a prendere la ruggine in un tiratoio, ebbe pur rare volte l’onore d’un mio sguardo nel corso di venti anni.

Se da tutte queste considerazioni avessi tratto un debito costrutto e tal quale la religione e la ragione me lo avevano additato, avrei saputo cercare alcun che di superiore ai godimenti terreni, siccome meta ad una piena felicità; avrei veduto lucidissimamente esservi del certo qualche cosa in cui sta la ragione della vita, qualche cosa di più