Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/643

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Lapponia, fra i quali non possono sperare verun profitto temporale, in vece di cercare soltanto avidamente le più ubertose contrade pagane come la Persia, l’India, la China, che lor promettono più ampia messe terrena. Se così non fosse non dovremmo fare le meraviglie che sieno persino arrivati ad introdurre fra i santi del calendario romano il chinese Confucio.[1]

Ma ciò in via di parentesi.

Occorsagli l’opportunità di un bastimento che salpava per Lisbona, il mio buon ecclesiastico s’accommiatò da me.

— «Già il mio destino, egli disse, è quello di non finire mai nessuno dei viaggi ch’io intraprenda.»

Qual fortuna sarebbe stata la mia, se me ne fossi andato con lui; ma era troppo tardi a quell’ora. Il cielo dispone tutte le cose per il meglio. Se fossi partito in sua compagnia non avrei avuto tanti motivi di ringraziare la divina bontà, nè il lettore avrebbe mai udita quest’ultima parte dei viaggi, e delle avventure di Robinson Crusoe. Qui dunque cesso dal fare esclamazioni su me medesimo, e ripiglio il filo della mia storia.


  1. Non v’è Cattolico romano, e credo anche non romano, il quale non sappia esser questa una solennissima menzogna che qualche nemico della chiesa romana avrà data ad intendere all’autor protestante. Può darsi che qualche missionario, o ignorante o prevaricatore (perchè l’uomo è sempre uomo) sia caduto in una tanto assurda goffaggine, e può anche darsi, che nel cercare di diffondere la fede tra i barbari, abbia consultati bassi interessi personali a preferenza di quelli della sua religiosa missione; ma non si dirà, nè sarà mai stato detto che chi si fosse comportato in tal guisa operasse secondo il vero spirito della chiesa e non fosse stato anzi disapprovato.