Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/667

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tregua; ma non è vero. La principiarono i nativi stessi la notte, scagliando frecce su noi e ammazzando i nostri senza veruna sorta di provocazione. Se per conseguenza eravamo in diritto di difenderci in allora contr’essi, eravamo anche in appresso di farci giustizia con mezzi straordinari da noi medesimi. Se il povero nostro compagno, che non è più, si avea presa una piccola libertà con quella fanciulla, non era questa una ragione per condannarlo a morte e ad una morte sì barbara. Noi non abbiamo fatto niente meno del giusto e di quanto le leggi divine permettono di fare contra gli assassini.» E così andavano menandosela buona fra loro.

Si sarebbe almeno potuto credere che questo avvenimento avrebbe bastato a renderli cauti d’allora in poi nel cercare le spiagge e nell’intricarsi con pagani, e con barbari; ma egli è impossibile il far saggi gli uomini, se non è a loro costo, e pare che l’esperienza non frutti mai ad essi, fuorchè in proporzione dell’averla pagata caro.

Eravamo allora destinati pel golfo Persico e di lì alla costa di Coromandel; dovevamo toccare sol di sfuggita Surate; ma il principal disegno dello scrivano era quello di fermarsi alla baia del Bengala; ove, se gli falliva il negozio per cui era spedito, sarebbe passato alla China, donde poi tornerebbe alla costa venendo a casa.

La prima disgrazia che ne accadde fu nel golfo Persico, ove cinque de’ nostri, arrischiatosi ad andar su la spiaggia dal lato arabo del golfo, si trovarono d’improvviso investiti dagli Arabi, e furono tutti uccisi o condotti in ischiavitù; il resto dei piloti che condussero la scialuppa, non fu da tanto da liberarli, anzi fu fortunato se potè raggiugnere di nuovo la barca.

Su di ciò mi diedi a porre innanzi agli occhi de’ miei marinai, come questa fosse una giusta retribuzione del cielo alle crudeltà commesse. Il guardastiva se la prese assai calda, e mi disse:

— «Voi largheggiate tanto nelle vostre censure, che credo non abbiate nemmeno un testo di Scrittura per appoggiarle.»

Qui mi citò un passo dell’evangelista Luca, là ove questi dice al capo XIII, versetto quarto, come il Salvatore abbia dato a comprendere, che gli uomini su cui rovinò addosso la torre di Siloè, non erano più colpevoli dei Galilei. Poi il testo citato lo condusse a dirmi, e qui da vero mi ridusse al silenzio:

— «Nessuno dei cinque uomini perduti ora nella costa araba