Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/691

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Per qualche tempo fui d’uno stesso parere col mio socio; ma dopo averci pensato un po’ più seriamente gli dissi:

— «Amico caro, non è cosa sana per noi il tornare in questa maniera al Bengala, tanto più che siamo al di qua dello stretto di Malacca. Se si danno la voce gli uni con gli altri siam certi che gli Olandesi a Batavia, e gl’Inglesi da per tutto ci faranno la posta. Se ci pigliassero nell’atto di una corsa che avrebbe apparenza di fuga, ci saremmo condannati da noi medesimi, nè ci vorrebbe migliore prova perchè fossimo spediti senz’altra formalità.»

Consultai anche il marinaio inglese che la pensava nello stesso modo. Il pensiero d’un tale pericolo mise in non poco disturbo il mio socio e il rimanente della compagnia. In fine risolvemmo di procedere verso la costa di Tonchino e di lì alla China, seguendo sempre il nostro primo disegno, le speculazioni di traffico, e intanto trovare una via o l’altra di disfarci di questo malauguroso bastimento, poi tornare addietro con qualche legno di una di quelle contrade, il primo che ne capitasse. Fu questo ravvisato di comune accordo il migliore espediente per la nostra sicurezza. Veleggiammo pertanto alla volta del nord-nord-est (greco tramontana) tenendoci per altro un po’ più a levante e fuor della via solita del commercio.

Nè il tener questa strada andò disgiunto da inconvenienti per noi, perchè in tale distanza dalla spiaggia soffiavano più gagliardamente a nostro danno i monsoni che venivano da levante e da est-nord-est (greco levante); onde indugiammo assai di più il nostro viaggio, oltrechè eravamo assai mal provveduti di viveri per una corsa sì lunga. Il peggio poi si era la paura che i vascelli inglesi e olandesi, le cui scialuppe ci avevano inseguiti e alcuni de’ quali erano destinati pei luoghi ai quali ci avviavamo, vi arrivassero prima di noi, o anche senza di ciò, che qualche altro vascello di lor nazione diretto alla China, informato già da essi del delitto ond’eravamo a torto imputati, venisse a darne vigorosamente la caccia.

Devo confessare che lo sconvolgimento della mia mente fu estremo, e che pensando al pericolo corso nel salvarci dalle scialuppe dei nostri ultimi persecutori, vidi la mia condizione più orrida di tutte quelle in cui mi era trovato nel tempo della mia vita passata; perchè, per gravi cose che mi fossero succedute, non mi era occorso giammai di essere inseguito siccome un ladro. In fatti non ho mai commesso azioni da meritarmi i titoli d’uom disonesto o ingannatore;