Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/773

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di coloro de’ nostri che aveano fatto villania ai loro sacerdoti e bruciato il loro gran dio Cham Chi-Thaungu, perchè, come di ragione, dovevano essere bruciati ancor essi. Fatto ciò, soggiugnevano i messaggeri, se ne sarebbero andati senza recarci altro danno; altramenti ci avrebbero distrutti quanti eravamo.

I nostri si fecero smorti smorti all’udire quest’ambasciata, e si guardavano tutti per leggere l’uno sul volto dell’altro chi fosse l’autor del malanno. Ma, nessuno! nessuno! era la parola di tutti. Il conduttore della carovana mandò a rispondere di potere assicurare che nessuno del nostro campo era reo del fatto ond’essi doleansi; che noi eravamo pacifici trafficanti che viaggiavamo unicamente pei nostri negozi; nè avevamo fatto male nè a loro nè a verun altro.

— «Andate dunque, concludea, più lontano a cercare i nemici che v’hanno ingiuriati; noi non siamo quelli. Fatene il piacere di non sturbarci, altrimenti ci ridurrete alla necessità di difenderci.»

Ben lontano che si contentassero a questa risposta, all’alba della seguente mattina corsero in grossi drappelli per investire il nostro campo; ma trovandoci sì vantaggiosamente posti, non ardirono di assalire altra linea che quella del fiumicello che ci stava in faccia, su la cui riva si fermarono in tal numero che il solo vederli ci mise da vero non poca malinconia; perchè chi fra noi portava questo numero men alto lo faceva ascendere a diecimila. Dopo essersi fermati per un poco a contemplarci, misero un grand’urlo; poi fecero piovere un nembo di frecce sul nostro campo. Fortunatamente ci eravamo ben messi al coperto sotto il riparo de’ nostri bagagli, onde non mi ricordo che un solo di noi ricevesse una scalfittura.

Qualche tempo dopo, vedutili piegarsi alquanto su la nostra diritta, ce gli aspettavamo alle spalle, quando un astuto mariuolo che era in carovana con noi, un Cosacco di Jarawena al servigio dei Moscoviti, accostatosi al nostro conduttore gli disse:

— «Se volete, vi mando tutta quella gente a Siheilka.»

Era Siheilka una città situata in una distanza a dir poco di quattro o cinque giornate di viaggio dal nostro campo verso destra e piuttosto dietro di noi. Ciò detto, costui prende il suo arco e le sue frecce, salta a cavallo, galoppa verso la parte opposta al fiumicello, come se avesse intenzione di tornare alla città di Nertsinskay; poi fa una giravolta portandosi in retta linea al campo de’ Tartari e fingendosi spedito espressamente a trovarli per dar loro una notizia: