Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/79

Da Wikisource.

robinson crusoe 63


perchè il caldo del clima era eccessivo, mi posi al nuoto; ma quando io fui presso al vascello mi offerse una difficoltà anche più grave il non vedere come avrei potato penetrarne a bordo, perchè essendo esso arrenato ed altissimo fuori dell’acqua, non mi veniva il destro d’alcuna cosa cui aggrapparmi. Girai due volte a nuoto intorno ad esso, e sol la seconda volta, che ben mi maraviglio del non averlo notato di prima giunta, m’accorsi d’un picciolo pezzo di corda che pendea dalle catene delle sarte di trinchetto, abbastanza basso perchè potessi, non per altro senza molta fatica, impadronirmene e giungere, accomandandomi a quello, al castello di prua. Trovai allora il vascello tutto conquassato e grande quantità d’acqua nella stiva; ma stava puntellato in tal guisa sopra un banco di fitta sabbia o piuttosto di terra, che mentre la sua poppa rimanea sollevata su questo suolo, la prora toccava quasi la superficie dell’acqua; e però quanto stava tra le parasarchie di maestra e la poppa, era intatto ed asciutto: perchè potete ben immaginarvi che le mie prime indagini furono volte ad osservare lo stato delle provvigioni, rinvenute tutte non danneggiate punto dall’acqua; e v’immaginerete ancora che, dispostissimo com’era a mangiare, corsi innanzi di far altro al deposito del pane, ove empiei i miei taschini di biscotto, e ne mangiava mentre spediva insieme altre faccende, perchè tempo da perdere io non ne avea. Trovai parimente nella camera del capitano una quantità di rum, del qual liquore mi bevvi una buona sorsata, che da vero aveva bisogno di rinforzarmi lo spirito con quelle belle espettazioni che mi stavano innanzi. Or non mi mancava altro che una barca, per caricarvi entro le molte cose ch’io prevedeva mi sarebbero bisognate.

Era inutile il fermarsi a sospirare quello che era impossibile avere, la quale estremità aguzzò invece il mio intelletto nello scandagliare ciò che poteva supplire a quanto mancava. Avevamo nel nostro legno parecchi pennoni da rispetto, tre grandi stanghe d’abete ed uno o due alberi di gabbia di riserva. Con questi mi posi all’opera, lanciando fuori del bordo i meno pesanti, dopo aver raccomandato ciascuno d’essi con una corda per rimanerne padrone: ciò fatto e andato al fianco esterno del vascello, tirai a me questi legnami e con una corda ne legai quattro il meglio che potei ad entrambe le estremità; indi posti in croce sovr’essi due o tre piccoli pezzi di assi, vidi come tutto ciò potesse prestarmi ottimamente l’ufizio di una zattera, ancorchè non atta a portar grandi pesi, attesa la leggerezza