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delle tavole. Allora giovatomi della sega del carpentiere feci un albero di gabbia in tre parti, che aggiunsi alla mia zattera; lavoro che mi costò al certo non poco stento e fatica: ma la speranza di procacciarmi ciò che sarebbe stato necessario al mio sostentamento, mi dette animo ad eseguire cose al di là di quante sarei stato abile a compiere in altre condizioni.




Le Zattere.



La mia zattera era portata ora a tale stato, da poter sostenere qualunque ragionevole peso; onde gli altri miei pensieri poi furono volti su le cose di cui l’avrei caricata e sul modo di preservarle dalla risacca[1] del mare; ma su questo secondo punto non fermai a lungo le mie considerazioni. Vi trasportai dunque quante bande e assi mi venne fatto raccogliere e tre casse di marinai, ch’io aveva aperte forzandone le serrature, vôtate e calate su la mia zattera per empirle indi, come feci, di vettovaglie, vale a dire, pane, riso, tre formaggi d’Olanda, cinque pezzi di carne secca di castrato (genere d’alimento di cui avevamo già fatto grand’uso durante la navigazione), ed un piccolo rimasuglio di grano d’Europa, trasportato con noi per nudrire alcuni polli che in appresso furono uccisi. Tra questi grani vi era qualche poco di orzo e di frumento, che m’accorsi di poi con mio grande rincrescimento essere stato mangiato o guastato affatto dai sorci. Intorno a liquori, ne trovai cinque casse di fiaschetti, tra cui alcuni di confortanti spettanti al capitano, ed in tutto tra i venti ed i ventiquattro boccali di rack. Questi gli allogai in disparte, e perchè non vi era bisogno di metterli nelle casse, e perchè non vi era nemmeno più

  1. Grande ondata.