Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/806

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714 memorie biografiche


come ognuno può immaginarsi, il più favorevole accoglimento. Ella è una singolarità affatto particolare che l’autore di essa, dopo avere trascorsa tanta parte di sua vita, or fra gli strepiti e i pericoli della politica, or fra le amare realtà della prigionia e delle pene abbia consacrato il pendío de’ suoi amici ad un’opera siccome questa; fenomeno cui possiamo unicamente trovare una spiegazione immaginando che quel cuore affaticato, toltosi dalla società e dalle sue istituzioni venutegli a schifo, cercasse un sollievo nel dipingere la felicità in tale stato di solitudine qual egli lo ha assegnato al suo eroe. Che che ne sia, la società gli dee grandemente per averla arricchita d’un lavoro che d’una guisa tanto piacevole e semplice giustifica i decreti della providenza e fa divenire norma durevole della più utile morale una storia interessante e deliziosa.

Daniele de Foe nacque a Londra nel 1663 da un macellaio della parrocchia di San Gile, conosciuto per Giacomo Foe. Molte discussioni di cui risparmieremo la noia ai nostri leggitori, furono eccitate dalla curiosità di sapere il motivo per cui Daniele aggiunse di proprio arbitrio la particella de al suo cognome. Noi propendiamo a convenire con uno dei critici che portarono le loro indagini su ciò. Questi ne incolpa il rossore sentito di tal sua bassa origine da Daniele, il quale si sarà creduto con quest’aggiunta di prestare un suono che senta meglio di dignità normanna al nome del suo casato. Così egli come la sua famiglia erano dissenzienti; non sembra per altro che i suoi principi fossero tanto rigidi quanto la sua setta gli avrebbe pretesi, perchè nella prefazione alla sua opera More Reformation! (Anche Riforma!) così si duole d’alcuni dissenzienti: «Mi fanno aver detto sul serio che la forca e la galera sarebbero le pene adatte a chi frequenta le conventicole; e si dimenticano che in tal caso avrei avvolto in questo anatema non solo me stesso, ma mio padre e mia moglie e sei innocenti miei figli.»

L’educazione del de Foe fu limitata anzichè no, cosa da deplorarsi tanto più perchè in molti casi ha date prove d’uno straordinario genio compartitogli dalla natura. Mandato da suo padre nell’accademia dissenziente di Newington-Green in età di dodici anni, ne passò quattro circa in quello stabilimento sotto le lezioni del signor Morton; ed in ciò sembra consistere tutta l’istruzione che gli fu data. Tornato a casa, pare che il suo genio non s’acconciando molto ai brani di carne ed ai ferri del mestiere di suo padre, questi gli facesse imprendere una professione diversa; qual fosse non possiamo dirlo con precisione, perchè in ordine a ciò il de Foe fu assai riservato. Quando il Tutchin[1] gli appone a disonore l’essere stato novizio nella bottega d’un calzettaio, egli risponde nel maggio del 1705 che non «fu mai nè calzettaio nè novizio, ma un uomo addetto al commercio[2]

Questa professione per altro, qual che si fosse, non occupò un lungo periodo della sua gioventù, perchè nel 1685, avendo allora ventidue anni, prese l’armi qual partigiano del duca di Monmouth[3]. Nella sconfitta che distrusse questa fazione,

  1. L’editore dell’Osservatore, nemico implacabile del de Foe così in politica come in letteratura. (Nota di Walter Scott)
  2. Salvocondotto che diede forte alla propria coscienza per questa apparente bugia, perchè prestare opera a far calze non è farle. (Nota di Walter Scott.)
  3. Giacomo di Monmouth, figlio naturale di {{w|Carlo II d'Inghilterra|Carlo II), illustre guerriero, che mortogli il padre, portò l’armi contro il fratello di questo, Giacomo II, succedutogli nel regno, e che preso, fu decapitato in Londra ai 25 luglio 1685.