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718 MEMORIE BIOGRAFICHE


rivale Tutchin in due versi, il cui significato è il seguente: «Sordo, senza avvilirsi, stava su l’alto del palco scenico il de Foe; intanto il Tutchin infamato da costui rimanea da basso nella platea[1]

Il suo inno o ode alla berlina scritto in versi iambici trasandati ed aspri, come il Vero gentiluomo inglese, e come, per essere giusti, tutta la poesia di Daniele de Foe, ha il vero nerbo della satira energica ed efficace; e noi c’inganneremmo a partito se quattro versi della stessa ode non valsero a ritorcere su i persecutori del de Foe tutta l’infamia della pena cui questi veniva assoggettato. Sono essi, benchè disadorni nello stile, sul fare del prode antico cavaliere Lovelace. Il sentimento n’è questo: «Le mura di pietra non fanno una prigione, nè le sbarre di ferro una gabbia; l’anime rese serene dall’innocenza, hanno tutto ciò per un pacifico eremo[2]

L’ode principia da un’interiezione di saluto al palco del suo castigo, cui dice poscia: «Gli uomini che sono uomini, non possono in te ravvisare una pena, e si ridono di tutto il tuo insulso apparato. Il pubblico disprezzo, questo nuovo vocabolo mal applicato all’ignominia, ove non è delitto, è un nome vuoto; una vana immagine fatta per tenere a bada il genere umano, ma che non atterrisce mai una mente saggia e di costante proposito. La virtù sprezza il dileggio umano, e la calunnia è ornamento dell’innocenza. Fatta più sublime su questo tuo sgabello, quali prospettive non contempla ella ne’ destini dell’avvenire! Oh! quanto le mire imperscrutabili della providenza sono diverse da quelle de’ limitati sensi dell’uomo! Di qui i cittadini errori, de’ quali gli stolti hanno paura, su i quali fondano le loro espettazioni i malvagi»[3].

Ognun vede come qui per uomo che è uomo il de Foe intenda l’uomo innocente, pel quale tutte queste sentenze son vere e sacrosante. Egli poi, il de Foe, dovea credersi o per lo meno mostrar di credersi tale nel corso della sua ode. Ma il rimanente della sua vita ne trae a pensare che veramente fosse di buona fede, oltrechè ne’ miseri

  1. Earless on high stood unabash’d de Foe.
    Aud Tutckin in Flagrant from the scenes below.

  2. Stone walls do not a prison make,
              Nor iron bars a cage;
         Mind innocent atid quiet take
              That for a hermitage.

  3. Men, that are men, can in thee feel no pain,
         And all thy insignificance disdain.
         Contempt, that false new word for shame,
         Is vithout crime an empty name;
         A shadow to amuse mankind.
    But never frights the wise or well-fix’d mind;
         Virtue despises human scorn,
         And scandals innocence adorn.
         Exalted on thy stool of state,
    Vhat prospect do I see of future fate!
         How the inscrutables of providence
         Differ from our contracted sensè!
         Hereby the errors of the town,
         That fools look out, and knaves look on!