Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/815

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memorie biografiche 723


Che Daniele de Foe fosse un uomo dotato di potente intelletto e vivida immaginazione, apparisce manifestamente dalle sue opere; ch’egli possedesse un temperamento acceso, un coraggio determinato, un instancabile spirito intraprendente, è cosa fatta certa dallo svariato tenor del suo vivere. Che che possa pensarsi di quella temerità e mancanza di previdenza che gli impacciò sì sovente e sparse d’amarezze il corso della sua vita, non sarà mai questa una ragione per torgli la lode che si è meritata per rettitudine, sincerità e fermezza di carattere, tante in lui, anzi maggiori di quante se ne potevano aspettare da un autore di cose politiche che scriveva pel suo pane giornaliero; e si noti che il suo protettore Hervey negli ultimi anni fece diffalta alla parte cui il de Foe si mantenne fedele. Come autore del Robinson Crusoe, la sua fama promette esser durevole quanto la lingua in cui fu scritto.[1]


Fin qui le notizie che su la vita di Daniele de Foe ha raccolte il compianto mio amico; ma crederei commettere un’ingiustizia verso l’autore del Robinson Crusoe se non m’adoprassi, almen brevemente, a dar conto di quella popolarità, per cui, soprattutto nella più eminente delle sue opere, Daniele de Foe non ha avuto scrittore che lo superi.

Qui in primo luogo ne accade osservare come sorprendente fosse la fertilità dell’ingegno del nostro autore. Scrisse per ogni sorta d’occasione e sopra ogni sorta di soggetto, benchè, secondo tutte le apparenze, avesse ben poco tempo onde disporre i soggetti che avea per le mani e per trattare i quali si valea dell’immensa scorta che si era adunata nella sua memoria sia per le letture fin dai primi anni intraprese, sia raccogliendo quanti cenni potè in società senza che un solo di questi cenni, a quanto sembrò, andasse perduto per lui. Un compiuto catalogo delle opere del de Foe, ad onta di tutti gli sforzi del defunto Giorgio Chalmers, non si è mai potuto ottenere finora, e fin di que’ libri che si sa fuor d’ogni dubbio essere stati scritti da lui, una perfetta raccolta non sono finora arrivati a mettere insieme i più solerti bibliomani. So per parte mia il lungo tempo impiegato per procurarmi il poema di questo autore intitolato la Caledonia, senza riuscire a vederne nè manco un esemplare. La precedente memoria biografica non dà conto neppure della metà di tutte le opere del de Foe, in mezzo alle quali, anche alle più scadenti, vi è sempre qualche cosa che le fa ravvisare per lavori d’un uomo straordinario. Non può pertanto dubitarsi ch’egli non fosse dotato di una poderosa memoria donde ritraeva quei materiali che con una non meno copiosa vena d’immaginazione ordinava sopra un telaio tutto suo proprio, ed a cui forniva egli stesso que’ doviziosi rabeschi che ne formano realmente il più prezioso valore. Certamente il de Foe non fa sfoggio in essi di molta cognizione delle classiche dottrine, nè apparisce che gli studi da lui fatti nel seminario di Newington lo abbiano reso molto profondo nella scienza degli antichi idiomi. Il suo linguaggio è mero inglese, semplice spesse volte al punto della trivialità, ma sempre sì lucido ed improntante che la sua stessa trivialità ha virtù, come lo dimostreremo ben tosto, di dare la figura di veri o di probabili ai fatti narrati, ai sentimenti concitati da lui.

Quando non si versarono su la politica i principali studi del de Foe, lo trassero a quel popolare genere narrativo che forma il diletto de’ fanciulli e delle persone di più basso ceto: racconti di viaggiatori che, visitando remotissime contrade, scopersero

  1. E potrebbe aggiungersi senza timore di errare. Quanto le lingue in cui fu tradotto.