Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/823

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memorie biografiche 731


come mattoni scaricati da un carro, ed hanno quasi altrettanta connessione gli uni con gli altri; sono scene che si tengono dietro, e nulla più, ma senza veruna scambievole dipendenza. Non sono, siccome quelle d’un dramma regolare, connesse fra loro per un regolare principio, una continuazione, una conclusione; somigliano piuttosto ad intagli uniti insieme nella cassetta d’un rivendugliolo che non hanno fra sè maggior relazione dell’esser tutti chiusi in un medesimo ripostiglio, nè altra vicendevole obbligazione fuor quella del legaccio che li tiene uniti.

A qual cagione dunque dobbiamo attribuire quel generale vezzo che va unito ai romanzi del de Foe? Crediamo poter rispondere che si debbe attribuir soprattutto ad una maestria, nè agguagliata nè emulata sinora, la cui mercè il nostro autore dà un’apparenza di realtà alle cose che viene narrando. Nel de Foe fino i difetti dello stile, fin la trivialità del linguaggio, fin la ruvidezza nell’espressione de’ concetti, indizio di quanto chiamasi crassa Minerva, appariscono intesi a conciliargli fede, ed a far credere tanto più ch’egli dica la verità quanto minore supponiamo in lui l’abilita di palliarla o di alterarla. Questo principio è quasi semplice al segno che parrebbe non abbisognasse di schiarimento; pure include in sè stesso un’apparenza di paradosso, come ne parrebbe uno che la storia[1] a proporzione dell’essere meglio narrata acquistasse una meno intensa attenzione; ma cerchiamone le prove nella vita comune. Se incontriamo per la strada un amico che ne racconti un fatto di non ordinario interesse, un di que’ fatti che non accadono tutti i giorni, la nostra opinione sul crederlo o non crederlo è dominata grandemente dal carattere del narratore: s’egli è bello spirito e vago di mettere nel punto più prominente la parte comica della sua storia, ci ricordiamo ch’egli è d’umore allegro, e con questo principio diamo qualche grano di tara alla sua leggenda[2]. Supponiamo ora che il narratore sia d’un carattere sentimentale ed entusiastico, zeppo d’idee romanzesche, e proveduto a dovizia di frasi per esprimerle; voi ascoltate la sua storia con quella specie di sospetto che vi fa dire tra voi e voi: È troppo ben presentata per esser creduta; può darsi che nella totalità ci sia qualche cosa di reale, ma coperto dai ricami che ci ha fatti questo mio galantuomo. Ma se il fatto medesimo vien raccontato da un uomo di dozzinale discernimento e pratico sufficientemente delle cose del mondo, le stesse minuzie di cui carica la sua storia, inserendoci dentro cose che non

  1. Quanto alla storia propriamente tale, sarebbe appunto un paradosso, anzi una falsa asserzione. Il vero, il saggio lettore di una storia la legge con l’occhio del critico; è un giudice che ascolta l’informazione, e la confronta con gli allegati per assicurarsi se è vera, non vuole dunque, o non desidera, oltre a questa fatica anche l’incomodo di ascoltare un mal ordinato e mal elaborato racconto. Ma nella lettura di un romanzo, sappiamo di leggere una cosa non vera; che nondimeno per amore del nostro diletto siam disposti a credere tale durante la nostra lettura. Per non essere dunque defraudati del nostro scopo che cosa ne abbisogna? Prima di tutto la verisimiglianza che in questo caso tien luogo di ogni allegato, e questa verisimiglianza ingagliardisce se il narratore possiede quelle qualità che, senza il bisogno d’istituire processi, rendono più credibile nella vita comune la cosa da lui narrata, come ottimamente osserva qui il signor Walter Scott.
  2. Non è che anche in tal caso non ci divertiamo, ma ci ha divertito più il narratore, che la leggenda; ciò potrebbe forse dirsi de’ romanzi del Voltaire e del Diderot.