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738 memorie biografiche


certo veduto comparir su la scena prima della conclusione.[1] Tutto ad mi tratto, e per sempre, si sottrae dai nostri sguardi quel tanto simpatico Xury, e tutte le primitive avventare del nostro viaggiatore si dileguano dinanzi a noi per non esser più richiamate alla nostra memoria del successivo tratto di storia. Il padre di Robinson, quel buon vecchio negoziante di Hull, tutti gli altri personaggi che ebbero parte operosa nel dramma in principio, spariscono dal palco scenico e non se ne ha più notizia. Non è questo sicuramente lo stile degli ordinari romanzi, i cui autori, per quanto sia lussureggiante la loro invenzione, non si accommiatano volentieri dalle creature della propria fantasia se non ne hanno prima ricavato qualche servigio sopra la scena; per altro nella vita comune accade ben di rado che i conoscenti avuti negli anni primi della giovinezza abbiano una parte operante nei nostri casi dell’età più adulta.

Il nostro amico Robinson in appresso, e dopo diverse travagliose vicende della sua vagabonda, irrequieta vita, vien tratto finalmente nella deserta sua isola ove, solo essere umano che l’abitasse, divenne un esempio di quanto possono fare le forze di un individuo della nostra schiatta abbandonato a sè stesso. Qui l’autore ha con maravigliosa esattezza fatto fare e pensare al suo personaggio tutto ciò che necessariamente dovea pensare e fare un uomo posto nella medesima condizione.

Il patetico non è generalmente il forte del de Foe; non era di una tempera eccessivamente sensibile la sua mente. Se arriva qualche punto di tal genere, arriva non chiamato; lo creano le circostanze, non ne va in traccia l’autore. Ne è un esempio l’eccesso di quell’ansia sì naturale nell’uomo, quella cioè che gli fa anelare la compagnia de’ suoi simili; questa piena della sua impazienza si manifesta quando è a bordo del bastimento spagnuolo arrenato. Le esclamazioni che ripete cadendo in una specie di agonia: «Oh! ci fosse almeno un uomo di salvo! ho non ce ne fosse altro che uno!» appartengono al più alto grado del patetico. Sono pure commoventi le dolorose considerazioni cui s’abbandona quando, nel suo arrischiato tentativo di fare per acqua il giro della intera isola, si vede in pericolo di rimanere sommerso.

Nello stesso modo possiamo notare che il genio del de Foe non si avvicinò di molto al grande o al terribile. Le battaglie che è sì tenero di descrivere vengono raccontate con l’indifferenza di un vecchio bucaniere e forse nello stesso modo onde le udì narrate dai loro attori. Anche le sue creazioni fantastiche sono generalmente come que’ folletti di comune razza che non portano seco gran che di soprannaturale terrore; pur l’impronta del piede ignudo su la sabbia e l’atterrimento che a Robinson ne derivò, non mancano di lasciare una profonda impressione nell’animo del leggitore.

La posizione in cui è supposto il suo eroe, e favorevolissima a quel fare che ravvisiamo nel de Foe: la premura di tener dietro a tutte le minuzie. Era naturale che Robinson Crusoe, così collocato, sentisse l’impressione di ogni varietà anche minima degli avvenimenti della giornata; nè il de Foe era di tale indole che desse volentieri passata alle cose senza prenderne nota. Allorchè, dopo aver parlato di due scarpe gettate dalle onde sopra la spiaggia, aggiunge che erano scompagnate, noi sentiamo quanto questa particolarità dovesse essere importante per quel povero solitario.

L’aiuto che può avere ritratto il de Foe dalla storia del Selkirk, si ridurrebbe, ove ciò fosse, a ben poca cosa. Ma non è nemmen certo ch’egli abbia tolto il primo originale impulso del suo lavoro da questo romito dell’isola Juau Fernandez; perchè la

  1. Vedi la nota posta alla pagina 712, ultima della Vita e avventure di Robinson Crusoe.