Pagina:Commemorazione di Carlo Darwin.djvu/22

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20 commemorazione


voleva entrare nelle rubriche del Linneo crollavano il capo, mormorando: ma questa non è una specie; e già si notavano nelle opere darwiniste le buone e le cattive specie, le specie certe e le incerte e la confusione delle razze e delle varietà e le definizioni sempre mutate della specie immutabile facevano sentire un forte odore di eresia. I pilastrini dei musei barcollavano più che mai presi da vertigini e mentre tra le mani dei timorati molte specie rimanevano senza battesimo, altre più fortunate ne avevan due, tre, fin anche dieci e venti.

Se fosse possibile ritrarre in due quadri lo stato delle nostre cognizioni naturali ai tempi di Cuvier e quello della morfologia dei viventi, interpretata dal concetto evoluzionista, son sicuro che nessuno al dì d’oggi resisterebbe al fascino prepotente dei contrasti fra il falso e il vero. Nel quadro cuvieriano ammirate in bella simmetria, a un dipresso come nell’arca di Noè, tutte le specie dei viventi messe a catalogo, tutte in fila per benino, le une sopra, le altre sotto, ma nessuna in contatto di genesi o di derivazione coll’altra. Il naturalista non aveva altro còmpito che di fare il catalogo del grande Museo della natura. È vero che i fossili turbavano alquanto la bella simmetria dei cataloghi, ma colla lepida invenzione dei cataclismi geologici ogni sconvolgimento era accompagnato da una creazione nuova e una volta uscito un essere vivo dal proprio stampo, rimaneva eternamente eguale a sè stesso, immobile e immutato per non contraddire all’arca di Noè e ai cataloghi dei naturalisti. Dopo Darwin, le specie si sono staccate dai piedistalli,