Pagina:Commemorazione di Carlo Darwin.djvu/36

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34 commemorazione


è la vera. Si potrà andare avanti per secoli, ma non occorrerà tornare addietro e mutar strada.

Come l’arbusto che muore lascia nelle viscere della terra la radice che ne riprodurrà le forme, come la foglia cadendo lascia la gemma che la rifarà nella ventura primavera; così il darwinismo dovrà svolgersi e tramutarsi per lasciare il posto a nuove teoriche più alte e più complesse. Fedeli seguaci del grande inglese, ci sentiamo evoluzionisti anche per giudicar lui, creatore e pontefice massimo dell’evoluzione. In lui, in noi stessi, nella storia del pensiero, nelle viscere dell’umanità sentiamo l’inesorabile picchio di quel martello del prima e del poi, che segna la strada al lavoro e al progresso. Il darwinismo non sarà l’ultima parola della scienza, ma è la parola dell’oggi, di quell’oggi che ad ogni battito del nostro polso va a divenire un domani. La grande teorica è ancora giovane e subisce e subirà per molto tempo ancora una influenza di allargamento e di diffusione. Dai campi della morfologia animale e vegetale il darwinismo si è andato allargando come alito di brezza sull’onda di un lago immoto, nei dominii della psicologia, della filosofia, della zoologia, della politica. E questo alito, dappertutto dove ha toccato, ha fecondato qualche cosa, ha evocato qualche creatura nuova dalla terra dei nascituri. Come il sole d’aprile, che riscaldando le radici, accarezzando le gemme, fa sbocciare foglie, fiori e frutti e serpeggiando per i mille meandri della natura chiama i viventi al grande banchetto della creazione; così l’evoluzionismo ha fecondato il pensiero, dovunque ha trovato un germe vitale, e spogliando la scienza antica dalla