Pagina:Copernico - Poemetto Astronomico.djvu/39

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(XXXVIII.)




Cosi Diana immacolata e pura
Si decantava, e pur dal Ciel la notte
Scendea ignuda, e nel sen d’Endimione
805Godea gioje d’amor dolci, e secrete.
Ma dicerìe son quelle, e non fu mai
In quel Globo Diana, o sia Lucina,
Nè veneranda Dea l’ostriche, e i granci,
Le Lavandaje, ed il bucato ha in cura,
810Or per la man Copernico mi prende,
E qual Nocchier, che l’Ocean solcando
Discopre il Lido, acclama, Terra Terra,
Tal’Ei Terra mi grida, ecco la Terra,
Quel ch’io rimiro, e cerno a te col dito,
815E’ desso, è desso il patrio tuo Pianeta,
Il Pianeta, ov’io pur pria di te nacqui.
Oh quanti dì con Archimede spesi,
Oh quante a meditar vegliate notti
Quella Terra mi costa! e poi ch’alfine
820Il suo moto compresi, e ne fui certo,
Oh qual periglio alla mia stanca vita
Sovrastava, ed a’ miei sì lunghi Studj.
Io ben previdi la mercede ingrata,
Che preperava alle fatiche mie
825La barbara ignoranza, e già sentia