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Matematiche pure, finchè se ne facevano applicazioni pratiche.

È bensì vero che per alcuni secoli è costretta a tacere la storia delle scienze, perchè non incontra opere e nomi da trar dall’obblio; e ben presto fede al Tiraboschi quando egli dice: «Io certo, per quanto abbia in ogni parte diligentemente fiutato, per così dire, ricercando di alcun filosofo di questi tempi, non ho potuto scoprire il menomo vestigio di un solo»[1]; e che, se in qualche cronica si vedono nominati de’ filosofi, «è assai probabile che questi fossero finalmente uomini che sapessero in qualche modo scriver latino, e far de’ versi, ch’era, per così dire la più alta cima di letteraria lode a cui allor si giungesse»[2]. Ma intendo che si dia il debito peso alle altre parole dello storico medesimo: «il conservarsi e il moltiplicarsi delle copie degli antichi autori che in essi (monasteri) facevasi, contribuì non poco a fare che le filosofiche cognizioni se venivano trascurate non perissero interamente; e che quando sorsero all’Italia tempi più lieti, potessero gli amatori delle scienze aver fonti a cui attingere, e mo-



sostenere l’Astronomia, che per la stessa nobiltà sua e grandezza sarebbe stata la prima a soccombere, sorse opportunamente tra’ sacri Pastori della Chiesa la celebratissima questione intorno al tempo preciso della celebrazion della Pasqua, la quale vivo mantenne presso gli Ecclesiastici lo studio di questa scienza, nè permise che andassero affatto in dimenticanza le preziose cognizioni raccolte da Eratostene, da Aristarco e da Tolomeo.» Fabriani. Sopra i beneficj recati dagli ecclesiastici alle scienze. 5.a ediz. Modena 1845. Cappelli. cap. 5. pag. 54.

  1. Stor. della Letter. ital. Tomo iii Lib. ii Cap. 4 n. 1.
  2. Ivi lib. iii. Cap. 4 n. 1