Pagina:De' matematici italiani anteriori all'invenzione della stampa.djvu/34

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il dettato che le stelle inclinano ma non isforzano. Il che sia detto non a difesa di quel vanissimo studio, ma sì a discolpa di chi se ne lasciò allucinare. Intorno a che non meglio potrei compire la digressione nella quale mi sono messo, che adducendo le parole d’un critico assennatissimo, il quale ragionando di Platone da Tivoli, scrisse così: «In tale sciocco delirio dell’astrologia giudiziaria, forse meno d’altri astronomi del suo tempo, ma pure incappò eziandio il nostro Platone. Cessi Iddio che noi vogliamo difenderlo in questo errore! Diremo solamente che se egli delirò pensando di leggere nelle stelle ciò che Dio non vi scrisse, molto più di lui meritan nome non solo d’empii, ma di pazzi, que’ filosofi che non vollero leggere in esse quello che Dio vi scrisse a caratteri sì cospicui la gloria di sua potenza, di sua bontà, di sua provvidenza» [1].

Altri due uomini diede all’Italia il secolo xiii, dei quali non può tacere i nomi la storia delle matematiche. E sono Campano novarese, e S. Tommaso d’Aquino. Ma perchè di questo andò perduto il trattato che avea cominciato a comporre sopra gli acquedotti e le macchine per sollevare e condurre le acque; e di quello non potrei che ripetere quanto si trova nel Tiraboschi; mi starò contento ad avere rammentato soltanto i nomi loro. E altro non farò che addurre a lode dell’Aquinate il giudizio del Fontenelle, riferito dal Tiraboschi medesimo scrivendo: «Ma benchè queste ed altre opere di S. Tommaso sian perite, quelle però che ci sono rimaste, bastano a persuaderci che non andò lungi dal vero l’ingegnoso M. Fontenelle quando... scrisse



  1. Civiltà Cattolica. 2.a Ser. Vol. v. p. 554 e 555.