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     Saprai tu già, che non si tacque il grido
Per l’Argive e per l’Itale contrade,
Com’io sposo una volta a Teseo infido,
Infida ardea per giovanil beltade,
Beltà che appena sul Trezenio lido
Nel fior là scorsi della bionda etade,
Preda rimasi de’ begli occhi sui,
Nè il figlio di Teseo conobbi in lui.

     Tardi il conobbi, e della Cipria Dea
L’ira m’apparve nella fiamma impura,
E in cor col foco orribile facea
Misero gioco di crudel ventura;
Ma non si soffocò la vampa rea,
Crebbe cogli anni, e non cangiò natura,
Più nol vidi, nè il nome io pur n’udìa,
Ma quel nome purtroppo in cor sentìa.

     Per me allor di madrigna odio si finse,
Ed ei n’andò dove guidollo il fato;
Ma l’indomito ardor già non s’estinse,
Qui, dicea, si fermò, qui m’ha parlato,
Con tenera pietà qui al sen mi strinse,
Qui tacque e qui rivolse il viso amato,
E fino per crudel nefando eccesso
Ippolito vedea nel padre istesso.