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     Donna, arrossendo nel gentil sembiante,
Sei dimentica, disse, a lui ch’è morto
Qual esser devi e qual tu fosti innante?
E tu, ripresi, or non mi danni a torto?
Ond’ei: perdona ah! m’ingannò l’istante,
Ma i tuoi sguardi, i tuoi detti, il tuo trasporto....
Mal conoscere il duol certo mi festi,
Addio.... ferma che già troppo intendesti.

     Sì, che assai ti diss’io, conosci il diro
Furor di Citerea che m’ange il seno;
Nè innocente mi credo, e tutte spiro
Le vampe in me del più feral veleno;
M’odio più che non t’amo, e se un sospiro
Dal cor mi fugge ch’è di te sol pieno,
Quel sospiro m’è morte, e morte intanto
Trovar non seppi, e l’invocai col pianto.

     Ti fuggi, ti cacciai, madrigna invano
Ti parvi, i mali tuoi crebbero i miei,
E a tal giunse il crudel fato inumano
Che innocente non più morir potei.
Qui tacqui, e al ferro già correa la mano
Che sì lenta al ferir non la credei;
Ei mel tolse e fuggì, corsi e gridai,
Ma Teseo sulla soglia io rincontrai.