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volsero ad uno ad uno verso la povera sposa, e i giovinotti là in fondo, gli studenti e gli impiegati, scettici, miscredenti al punto di chiacchierare durante la messa e di non chinar il capo all’Elevazione, ne fecero le più saporite e allegre risatine sotto i baffi, e quel ch’è peggio, sotto le vôlte della chiesa! Poi uscì fuori, la curiosa novella, si sparse dappertutto, tanto che don Salvatore, un sabato notte, nell’andar a letto, disse a sua moglie:
— Di’, Margherì, domani, non portarlo più alla messa il libro di preghiere! — Che colpo, che colpo per la povera damina! Ne pianse per una settimana, e sempre sempre, non ostante gli anni e la morte della zitellona sua nemica, quel ricordo le rimase in cuore come un tarlo, gettando un riflesso di ira, di umiliazione nella sua anima, per natura assai calma e proclive al perdono e alla pace.
Sì, era un’anima buona e tranquilla quella di donna Margherita; il soffio delle passioni ardenti, delle speranze pazza, dei sogni infocati, dei volubili amori che ora dilaniano l’anima di quasi tutte le donne, non aveva sfiorato la sua vita morale, nè scossa la fede serena della sua mente purissima: da fanciulla, mai le parole: «sono infelice; voglio morire!...» che sono e sono sempre state il credo delle ragazze da marito, erano state dette da lei; sposa, mai la gelosia, l’ambizione di comparire nel mondo, di dominare il marito, le avevano neppure sfiorato l’anima; madre, la sua unica cura era di allevar le figlie modeste, pie, oneste e pacifiche come lei. — E ciò era un male. Nella sua santa ignoranza, donna Margherita non sapeva che il mondo cammina e la civiltà progredisce e i sentimenti delle nuove generazioni cambiano; non sapeva che la febbre del sapere s’insinua dappertutto, che l’ignoranza è la più feconda causa della corruzione, ora. Donna Margherita pretendeva che le piccole sue figlie pregassero sempre, e sempre ringraziassero Dio dei beni ricevuti, senza pensare mai, mai e mai, alle cause che spingono lo